
MIRACOLO A LE HAVRE
Tappatevi le orecchie, non leggete le interviste. Fingete che il critico cinematografico collettivo – alla presenza di Aki Kaurismäki, poveretto, meno male che affronta i giornalisti sempre un po' alticcio – non abbia cavalcato la tigre dell'immigrazione, dei desiderata espressi dal presidente Giorgio Napolitano sulla cittadinanza ai bambini nati sul suolo patrio, riuscendo a piazzare perfino una residuale domanda su Silvio Berlusconi. C'è da chiedersi cosa faranno e scriveranno tra un mesetto, persa l'ultima occasione per usare il cinema come pretesto da dibattito. Già sentono l'horror vacui, quando dovranno farsi venire un'ideuzza per riempire le pagine e i siti. Viene da chiedersi se il cinema lo amino: vedendoli da fuori, sembra più verosimile che lo considerino la politica (peggio ancora, la superiorità antropologica e il buonismo) condotta con altri mezzi. Tappatevi le orecchie, non leggete le interviste, correte a vedere “Le Havre” (il miracolo è un'aggiunta nostrana, per il popolo di sedicenti artisti sempre bisognosi di uno schemino). L'ultimo film del regista finlandese – come tutti i precedenti – è una meraviglia. A Cannes stese tutti quanti, anche i cinici uscivano incantati, si parlò di Palma d'Oro poi andata a Terrence Malick e al suo “Tree of Life” (omissis). A nessuno venne in mente di aprire un dibattito. Non sull'immigrazione, perlomeno. Litigammo sul neorealismo, piuttosto. Etichetta che viene in mente solo a chi pensa che l'Italia cinematografica sia la misura di tutte le cose (vizio già bastonato da Ennio Flaiano, anno 1960, sul Mondo: “La preoccupazione costante dei nostri inviati è che a Parigi abbiano successo commedie italiane, che in Australia penetri finalmente la civiltà della pizza e dell'espresso”). E che basti un disoccupato, un clandestino, un pensionato o un lustrascarpe per inneggiare al neorealismo. Come se il neorealismo non fosse un'estetica, bensì un'indomabile tenerezza di cuore. Aki Kaurismäki con il neorealismo non c'entra nulla: lo certificano le sue inquadrature da fumetto, i suoi dialoghi mai lagnosi, i colori della sua tavolozza. Vi sembrano neorealismo una staccionata e una casetta blu? E il maglione jacquard del ragazzino immigrato? Perfino il panino imbottito è pop, figuriamoci il cattivo ispettore delle dogane con cappello e impermeabile.


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