THE ARTIST

Mariarosa Mancuso

    Il bastian contrario si trova sempre. Nel caso di “The Artist” lo abbiamo scovato su Slate (a far la spia, il sito di recensioni Metacritic). Tanti critici danno al film 100 punti su 100, i più stretti di manica comunque stanno sugli 80, lui assegna un misero 38. Trentotto, ben sotto la sufficienza (così calcolano i redattori del sito a loro giudizio insindacabile, dopo aver letto la recensione). Fosse stato 40 o anche 50 non sarebbe cambiato niente. Queste le cifre. In lettere, Jaime N. Christley spiega che girare un film sul cinema americano dal 1927 al 1933 equivale a progettare un film sul cinema tutto, essendo il primo grande come una galassia e il secondo grande come l'universo. Tanto varrebbe fare un film sul Rinascimento, aggiunge a beneficio dei non astronomi dilettanti (e di chi non ricorda più i paradossi dell'infinito). Par di sentire quelli che “il cinema o è muto oppure non è cinema”: il parlato ha la colpa di aver reso le cose più facili, riducendo l'Arte a Commercio. Le domanda che nessuno si fa mai, in vista delle future avanguardie che cercheranno di riportare l'arte sullo schermo, sono le seguenti. Primo: “Perché anche quando i dialoghi bisognava renderli con le didascalie, i personaggi parlavano?”. Secondo: “Perché quando si sarebbe potuto facilmente trasformare il cinema in un'istallazione, i registi si ostinavano a raccontare storie?”. Risposta a entrambe le domande: perché il cinema è spettacolo, viene dal circo Barnum e non dai musei (casomai nei musei ci finisce dopo, come la Pixar al MoMa. Il cinema è spettacolo: deve incantare, rallegrare, mettere di buon umore. Deve mostrare cose che non abbiamo mai visto, come questo film muto fuori tempo massimo, per spettatori che forse un film con le didascalie non l'hanno mai guardato (un altro ripasso arriverà a febbraio con “Hugo Cabret” di Martin Scorsese, tratto dal romanzo con illustrazioni di Brian Selznick, e riguarda George Méliès, l'uomo che fece un occhio nero alla luna). Deve essere lustro e curato nei particolari, che qui sono il tip tap, il Jack Russell, i polpacci e le pettinature di Bérénice Bejo, il sorriso i baffetti sottili e la maschera da Fantomas di Jean Dujardin, già candidato all'Oscar come migliore attore. Deve avere una bella storia, romantica e melodrammatica. E se non piace ai filologi che il cinema lo studiano invece di goderselo, ce ne faremo una ragione.