
SHERLOCK HOLMES – GIOCO DI OMBRE
Indice delle cose notevoli che rendono questo secondo Sherlock Holmes diretto da Guy Ritchie più bello e divertente del primo. Un paio di apparizioni dove il detective si confonde con l'arredamento, mascherandosi da poltrona damascata o da libreria con volumi rilegati in pelle. Tale e quale all'artista cinese Liu Bolin, che si dipinge il corpo per mimetizzarsi con il paesaggio, camuffamento spiegato dai critici con la pratica formula: “Denuncia la perdita dei valori della nostra società” (spieghi per favore il performer che si tratta di un gioco di prestigio senza conseguenze). Lo fa indossando tute disegnate, quando si gira ha una striscia bianca sul didietro, inutile lavorare di pennello sul retro di una scenografia. Una bella zingara con il volto di Noomi Rapace, la Lisbeth Salander nella trilogia Millennium (al posto suo, nel remake americano diretto da David Fincher avremo Rooney Mara con piercing e cresta di capelli, mentre Daniel Craig sarà Mikael Blomkvist). La zingara eredita in “Gioco di ombre” la parte di Watson nei romanzi di Arthur Conan Doyle: a lei, che ha perso le tracce dell'amato fratello diventato terrorista, bisogna spiegare gli intrighi, i complotti, le catene di ragionamenti. Promosso a co-protagonista, sveglio e atletico come il detective titolare, Watson non serve più allo scopo. Unico suo punto debole, la donna che vuole sposare, e che in effetti incautamente sposa all'inizio del film. Partono per il viaggio di nozze, alla prima occasione Sherlock Holmes si presenta, apre la porta dello scompartimento, afferra la sposa e la butta giù dal treno. Il detective intende salvare il mondo da una trama complicatissima (nel suo studio ha cartine e schemi che somigliano alle righe tracciate dal matematico pazzo in “A Beautiful Mind”) e intanto non perde occasione per corteggiare Watson, lanciandogli occhiate d'intesa e mettendolo in guardia dalla noia matrimoniale. Il magnifico palazzetto sulla cascata (siamo nelle alpi svizzere, dopo Londra e l'Opéra di Parigi dove danno il “Don Giovanni”) che sta in luogo della semplice cascata di Reichenbach cara a Conan Doyle e invisa ai lettori. Il G8 dell'epoca, con la Bulgaria tra i partecipanti. La partita a scacchi in cui Sherlock per un attimo sembra scordare Watson e fare un pensierino su Moriarty, professore di matematica e genio del crimine.


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