
SHAME
Capiamo l'imbarazzo. Il critico collettivo implacabilmente vi circonda, lo spettatore collettivo pure, non sempre uno ha voglia di fare l'eroe. I primi escono da un film dove Michael Fassbender imita Isabelle Huppert, nelle sue migliori interpretazioni “porno-d'autore-francese-o-austriaco”, all'insegna delle sconcezze e della musona infelicità (se godono niente premi, è porno e basta). Possono non applaudire la coraggiosa interpretazione, giù le mutande e in corsa per la Coppa Volpi (già acchiappata) e anche la nomination (almeno) agli Oscar? I secondi escono da un film dove Michael Fassbender si ammazza di seghe, guarda video porno, frequenta localacci e localetti, poi ci prova con una previamente portata a cena, e lì l'attrezzo non reagisce (voce dal fondo: “Vedi che è come ti spiega il sessuologo della mutua? Il pericolo non è soltanto la cecità”). Gli uni e gli altri, per non parlare delle une e delle altre, hanno anche ammirato un full frontal notevole – per non parlar delle chiappe, chic come certe stanze con vetrate, e certe lenzuola stropicciate pronte non per la lavanderia ma per il museo di arte moderna, settore installazioni (il regista, che viene dalla videoart, ha già vinto un Turner Prize). Con che coraggio uno dice: “Io veramente mi sono annoiato”, finendo per far la figura del bacchettone che appena vede un pisello gira la testa dall'altra parte? “Metà della popolazione ne possiede uno, e l'altra metà ne ha visto almeno uno”, ha commentato l'attore in un'intervista uscita su Gioia. Fatevi forti, qui ci sono un po' di ottimi argomenti per ridurre il film alle sue giuste proporzioni: “L'Ultimo tango a Parigi” dei nostri tempi. Stessa noia e stesse pretese intellettuali: attendiamo un Franco Franchi e un Nando Cicero dei nostri tempi, che sottopongano “Shame” al trattamento “Ultimo tango a Zagarol”. Si può amare un film risciacquato e disinfettato nella candeggina, dove l'unica scena passionale è quando Carey Mulligan, sorella dell'ossesso, canta “New York New York”? Si possono amare, o solo aver voglia di seguire, due personaggi di cui non sappiamo niente, neanche il redditizio lavoro che fanno, se non per la battuta: “Noi non siamo cattivi, è che veniamo da un brutto posto” (una generica Irlanda, niente di più preciso)? E la guerra, dite la verità, anche la guerra e l'Ira c'entrano con le seghe?


Il Foglio sportivo - in corpore sano
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