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Piccola Posta

Le città devono abbattere muri e reticolati. Storie dalla "piccola Berlino"

Adriano Sofri

I racconti delle "Vite di confine" fra Nova Gorica e Gorizia vi risarciranno della storia del mondo. Ecco un indice parziale di quelle che custodisce il libro

Sulla Germania divisa si esercitò lo spirito di François Mauriac, “L’amo a tal punto che sono proprio contento che ce ne siano due”. A cose fatte, Giulio Andreotti copiò: “Amo talmente la Germania che ne preferivo due”. Ora i tedeschi hanno voluto confermare di preferirne due. Tanto più caro dobbiamo tenerci lo scambio della “piccola Berlino”, fra Nova Gorica e Gorizia, e far che duri. Per durare, le città devono buttar giù i muri e i reticolati, conservarne solo un pezzetto alla memoria, e insieme assicurarsi una stanza tutta per sé. Il filo spinato era corso perfino dentro i cimiteri di paese, segnando un confine fra i morti di là e di qua, a casaccio. A volte, per non girarci attorno, aveva tagliato in due la stessa tomba e il morto che avrebbe dovuto riposarci: come per la Catarina nata nell’Impero d’Austria-Ungheria, 1857, morta nel Regno d’Italia, 1934. Per quest’anno goriziano raccomando il viatico squisito del libro di Toni Capuozzo, “Vite di confine”, delle pordenonesi Edizioni Biblioteca dell’Immagine.

Come in ogni visita a un camposanto, finché ci saranno, si scoprono sepolture di nomi gloriosi o infamati, e di persone comuni capaci di un nome, un’età, un ritratto, un epitaffio. I nomi sono di volta in volta sloveni, italiani, tedeschi, friulani, bisiachi, e i nomi nazionalizzati di forza. I morti vecchissimi, come l’illustre architetto Max Fabiani, tortuosamente sopravvissuto per 97 anni ai cambi di regime e di committenti, e i morti giovani, Scipio Slataper, di guerra, nel 1915, a 28 anni, e Carlo Michelstaedter, a 23, di pace, nel 1910, per mano propria, eroicamente tutti e due. Riccardo Giusto, udinese, vent’anni, la prima vittima della Prima Guerra, caduto il 24 maggio del 1915, un record. L’ultimo è l’ufficiale Augusto Piersanti, 21 anni, caduto alle 14,55 del 4 novembre 1918, a cinque minuti dall’entrata in vigore dell’armistizio, firmato il giorno prima. Il primo e l’ultimo, come in quelle frasi fatte: “Che sia la prima e l’ultima volta!” Vittorio Locchi, toscano, autore della Sagra di Santa Gorizia, a compensare invano la canzone “O Gorizia tu sei maledetta”, era morto, disperso, lui e il suo cane Isonzo, nel 1917, a 28 anni. Lojze Bratuž (Bertossi, per l’italianizzazione forzata), sloveno, compositore, maestro di cori, “propagandista dell’irredentismo slavo fra l’elemento allogeno”, ha diretto il coro del Natale 1936 nella chiesa del suo paese, Podgora. Gli squadristi lo prendono, gli fanno ingoiare olio di ricino e olio di motore, muore dopo 50 giorni di agonia. Ci sono Guido Pasolini e Francesco De Gregori. Ci sono gli sposi di via Rossetti, di Tomizza. E poi ci sono i morti ignoti, militi o obiettori. C’è una ragazza ebrea triestina che affida alla sua amica, Libera, un sacco di zucchero, poi sparisce. Finita la guerra, bussano alla porta di Libera, è lei, quasi irriconoscibile. Si abbracciano, e Libera le porta, con la zuccheriera per il caffé, il suo sacco di zucchero intatto. 

C’è la Gerusalemme sull’Isonzo: il grande linguista Graziadio Isaia Ascoli, fu lui a coniare il nome di Venezia Giulia, il pittore Vittorio Bolaffio, il ritrattista di Saba e l’amico di Svevo e Stuparich e Bazlen, “Risulta alquanto deficiente di mente” nel rapporto di polizia fascista del 1928, dopo aver ingiuriato Mussolini, i Morpurgo, i Luzzatto, come Emma, la madre di Michelstaedter, morta durante il trasporto ad Auschwitz. Sua figlia Elda un anno dopo, nel 1944, a Ravensbrück. E l’ultimo ebreo di Gorizia, Giacomo Rosenbaum, 1904-1989: “Non ho avuto nessun merito a sopravvivere: solo il caso, le circostanze”. 

Era il posto giusto per i traduttori, come l’istriano Ervino Pocar, 1892-1981, che cominciò come “un professore sloveno che insegnava in tedesco il francese agli alunni italiani”. Abbiamo letto Kafka e Mann nella sua lingua.

Il 13 giugno 1948 viene posata la prima pietra di Nova Gorica. Dagli anni ‘50, varata la propustnica, gli sloveni vengono di qua a comprare e contrabbandare caffé, riso, medicine, gli italiani vanno di là a comprare benzina, carne, sigarette e dischi di classica. Poi, dagli ‘80, al casinò. Intanto era venuto un altro modo di abbattere muri e confini. Franco Basaglia al manicomio di Gorizia, 1961, si presenta: “Buongiorno a tutti, sono il vostro nuovo direttore. Da oggi noi medici e infermieri siamo al vostro servizio”. Dal fondo una voce: “Balle”. 17 anni dopo, nel 1978, è varata la 180, Basaglia muore nel 1980, a 58 anni. 

Nel 1991 arriva l’indipendenza slovena, la piccola guerra – 10 giorni, 44 morti nell’armata federale, 18 da parte slovena, 12 stranieri finiti in mezzo. Nel 2007 vennero alzate le sbarre del confine. Le due città – 37 mila abitanti Gorizia, 15 mila Nova Gorica – non sono diventate una sola, ma una conurbazione sì. Una vittoria, se non della ragione, della ragionevolezza. Nel 1952 un giovane e poco noto senatore americano, John Fitzgerald Kennedy, atterrò a Gorizia e fu portato a visitare piazza della Transalpina, la stazione con la stella rossa. Non disse “Io sono goriziano, Sem iz Gorice” – rimandò a Berlino 1963. 

Pochi giorni fa è morto a Gorizia Sergio Tavano, alla vigilia dei 97 anni, spesi a studiare la storia dell’arte bizantina e paleocristiana, la sua prediletta Aquileia, e le memorie locali. A Gorizia si era ritirato a vivere Demetrio Volčič, e ci è morto nel 2021. Ogni mattina lui o sua moglie andavano a prendere i giornali da Renato Fiorelli, infermiere, radicale nonviolento, ecologista, già sindaco di Moraro, e giornalaio in via Verdi. Ecco, il mio è un indice parzialissimo, il resto, e le vere storie, le trovate nel libro. Poi avrete una gran voglia di andare a Gorizia entro l’anno, per piacere, e per risarcirvi della storia del mondo.
 

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