foto Olycom

Piccola Posta

Viaggi e sogni di Freud e Kerényi a Castelvetrano

Adriano Sofri

Marcello Venuti mi guida in una visita ricchissima. Freud vi giunse per vedere Selinunte e lodò la Sicilia come "la regione più bella d'Italia". Károly Kerényi, studioso di mitologia greca ed esiliato dall'Ungheria, fu ripetutamente ospite da queste parti

E’ possibile, a meno che ne abbiate avuta una conoscenza diretta, che vi siate fatti un’opinione mediocre, o senz’altro cattiva, di Castelvetrano. Ora io, che avevo frequentato Selinunte ma a Castelvetrano avevo solo brevemente passeggiato, e visitato lo splendente Efebo nel nitido museo civico, ho avuto il privilegio di una visita più ricca, e vorrei farvene partecipi un po’ alla volta. Marcello Venuti gentilmente mi guida, e mi sorprende mostrandomi la facciata di un palazzetto a due piani male in arnese e palesemente disabitato, un balcone di ferro e di erbacce con le persiane sgangherate sopra un doppio portone di legno inchiodato e lucchettato, fregi già eleganti, sulle lesene laterali gli avanzi della scritta RISTORANTE, e un cartello con l’annuncio VENDESI e il numero di telefono. “Qui ha dormito Freud”.

 

Sono incredulo per un momento, mi ricordo di Freud devoto alla memoria di Annibale, “l’eroe favorito dei miei anni di ginnasio”, e ancora più dopo la rivelazione dell’antisemitismo, il Freud che arrivava al Trasimeno e rinunciava a proseguire per Roma, come aveva fatto inspiegabilmente Annibale dopo la vittoria sui romani. Poi a Roma arrivò, nel 1901, e molte volte ancora, e venne fin qui, a vedere Selinunte, in compagnia di Sándor Ferenczi. E’ il 1910, Freud ha 54 anni, resta in Sicilia, “la regione più bella d’Italia”, dal 9 al 19 settembre. Dopo Palermo e Monreale, vanno in carretto a Segesta, e poi ai templi di Selinunte, con un pernottamento a Castelvetrano, in quell’albergo, che poi si chiamò Impero, e allora non so (poi, dopo Agrigento e Siracusa, ripartiranno senza vedere Catania e Taormina perché calura, colera e malaria infuriano). Nell’edizione ampliata della “Psicopatologia della vita quotidiana”, 1912, Freud esemplifica proprio così la connessione fra un complesso personale da cui in un momento si è dominati, e la dimenticanza di un nome: ci sono “due uomini, uno piuttosto anziano e uno abbastanza giovane, che sei mesi prima hanno viaggiato insieme in Sicilia”, discutono del nome dimenticato, e l’anziano dice: “Evidentemente perché la seconda metà della parola, Vetrano, suona come veterano. Lo so bene, non mi piace pensare che invecchio, e reagisco in modo strano quando altri mi ci fanno pensare”. Si può obiettare alla sovrainterpretazione freudiana – Sebastiano Timpanaro lo farebbe, forse anche Carlo Ginzburg – ma è un fatto che Castelvetrano ha lasciato un segno. Su tutto ciò esiste una vastissima bibliografia, s’intende. Ma la storia, anche ridotta a questo stringato racconto, meriterebbe di riempire una dignitosa targa sul portone accanto alla scritta VENDESI – aiuterebbe anche l’affare. 


Scriverà Freud a Jung: “La prima settimana sull’isola è stata di alto gradimento, la seconda in seguito a un persistente scirocco una difficile prova per il povero Konrad (il suo stomaco). Alla fine si ha la sensazione che tutto sia stato superato, lo scirocco e il pericolo di colera e malaria. Settembre non è il mese giusto per poter godere di queste bellezze. Il mio compagno di viaggio è persona molto amabile, ma un po’ maldestramente trasognato e con un atteggiamento infantile nei miei confronti”. C’era il colera, lo scirocco, Freud impegnato al caso Schreber, Ferenczi che lo sognò nudo. Freud sarebbe stato ancora più trepidante se avesse saputo che il centro di Castelvetrano, la “piazza delle piazze”, copriva i resti di una necropoli fenicia. Un viaggio turbinoso. Così ripenso alla frasetta con la quale il mio amico Marcello, che per giunta è medico psichiatra, mi ha sorpreso: “Freud ha dormito qui”. Chissà che cosa ci sognò. Magari, come si dice, non ci chiuse occhio. Del resto Freud cercò anche un po’ di vacanza, una buona cucina, il ristoro del mare freddo sotto il promontorio dell’Acropoli.


Marcello ha altre carte da giocare, e racconta la venuta di Kerényi. Károly Kerényi (1897-1973), il grande filologo e studioso della mitologia greca, ungherese ed esiliato in Svizzera dal 1943, tra il 1965 e il 1969 fu ripetutamente a Selinunte, ospite dell’illustre archeologo Vincenzo Tusa (1920-2009). Il padre di Marcello, Eustachio Venuti, era il segretario comunale di Castelvetrano ed era amico di Tusa. Marcello ricorda i raduni domestici dei grandi, appassionati di archeologia e di antichità classiche, che aprivano col tagliacarte le pagine intonse dei libri appena ricevuti per leggerli e discuterli insieme. E lui, bambino, cui Tusa dava da rimettere insieme i pezzi dei vasetti di Selinunte a figure nere coi manici. In qualche circostanza il signor Eustachio fu incaricato di accompagnare Kerényi, col quale in mancanza d’altro comunicava in latino. Suo figlio mi mostra la copia di “Miti e misteri”, 1951, nella famosa e tormentata “Collana viola” di Pavese per Einaudi, con la dedica autografa a suo padre: “Al signor Eustachio Venuti, un omaggio cordiale di Carlo Kerényj. Selinunte 14.7.1967”. In rete ritrovo la pagina di diario con la versione di Kerényj: “[15-7-1967] Selinunte. Ieri era qui il sig. Venuti, segretario comunale di Castelvetrano e ha fatto dei calcoli sulla mia vita. Circa 37 anni fa sono stato per la prima volta a Castelvetrano perché allora si poteva arrivare solo di là alle rovine di Selinunte fra le quali ora sto e abito. Ero in un vecchio albergo, che poi era l’unico, maleodorante, dove era anche penoso coricarsi: vedo ancora oggi davanti a me l’aspetto buio dell’albergatore. E oggi l’impiegato comunale legge me, vive nel mio ‘Hermes’ psicopompo. Grazie a lui, Hermes!”.  Dunque aggiungiamo anche Karl Kerényi al libro d’oro del nostro albergo, benché quella notte, vent’anni dopo Freud, non attraversasse un buon periodo. 


 
 

Di più su questi argomenti: