Le tasse che si possono tagliare
Se ragionare su forme di contratto standardizzate – dall’apprendistato al contratto unico a tempo indeterminato stile Ichino – potrà servire a estendere la tutela di diritti e allo stesso tempo rendere più flessibili le regole del nostro mercato del lavoro, ben venga il disboscamento delle cosiddette forme “malate” di flessibilità, che sono antieconomiche oltre che ingiuste. L’importante è che governo e parti sociali non perdano tempo dietro tutte le formule possibili di alchimia contrattualistica, come se fosse verosimile trovare un equilibrio perfetto che magicamente risolva ogni problema della nostra economia.

Se ragionare su forme di contratto standardizzate – dall’apprendistato al contratto unico a tempo indeterminato stile Ichino – potrà servire a estendere la tutela di diritti e allo stesso tempo rendere più flessibili le regole del nostro mercato del lavoro, ben venga il disboscamento delle cosiddette forme “malate” di flessibilità, che sono antieconomiche oltre che ingiuste. L’importante è che governo e parti sociali non perdano tempo dietro tutte le formule possibili di alchimia contrattualistica, come se fosse verosimile trovare un equilibrio perfetto che magicamente risolva ogni problema della nostra economia. Domani, ha annunciato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, l’esecutivo si incontrerà ancora una volta con imprese e sindacati per parlare di flessibilità in uscita, mentre ieri i tecnici delle tre parti hanno trattato il dossier della flessibilità in entrata.
Eppure proprio su questo fronte le tesi più innovative vengono da un seminario organizzato in Senato da NoisefromAmerika, “collettivo di economisti” italiani emigrati all’estero, al quale hanno partecipato diversi studiosi e analisti (dai più liberisti dell’Ibl ai montezemoliani di Italia Futura). Invece di chiedere “meno contratti”, infatti, Sandro Brusco (Stony Brook University di New York) e Irene Tinagli (Universidad Carlo III di Madrid) hanno suggerito una strada che ha appeal anche per il senso comune: meno tasse. Il punto di partenza è che povertà e disuguaglianza vanno contrastati con “un ampliamento della occupazione e del reddito”. E in particolare, “nel breve periodo, lo stimolo alla partecipazione alla forza lavoro può essere ottenuto solo riducendo la tassazione dei redditi più bassi”. Sui dettagli si potrà ragionare, ma il messaggio di fondo è quanto più valido tanto più si avvereranno previsioni cupe come quelle riportate ieri dal Sole 24 Ore, secondo le quali la pressione fiscale entro due anni potrà arrivare a pesare più del 45 per cento del pil.
Eppure proprio su questo fronte le tesi più innovative vengono da un seminario organizzato in Senato da NoisefromAmerika, “collettivo di economisti” italiani emigrati all’estero, al quale hanno partecipato diversi studiosi e analisti (dai più liberisti dell’Ibl ai montezemoliani di Italia Futura). Invece di chiedere “meno contratti”, infatti, Sandro Brusco (Stony Brook University di New York) e Irene Tinagli (Universidad Carlo III di Madrid) hanno suggerito una strada che ha appeal anche per il senso comune: meno tasse. Il punto di partenza è che povertà e disuguaglianza vanno contrastati con “un ampliamento della occupazione e del reddito”. E in particolare, “nel breve periodo, lo stimolo alla partecipazione alla forza lavoro può essere ottenuto solo riducendo la tassazione dei redditi più bassi”. Sui dettagli si potrà ragionare, ma il messaggio di fondo è quanto più valido tanto più si avvereranno previsioni cupe come quelle riportate ieri dal Sole 24 Ore, secondo le quali la pressione fiscale entro due anni potrà arrivare a pesare più del 45 per cento del pil.