Otto ore di domande
Il capo del Pentagono scelto da Obama all’ordalia del Congresso
Per otto ore il segretario della Difesa nominato da Obama, Chuck Hagel, ha cercato di aggirare e sottrarsi alle domande della commissione del Senato, ha evitato risposte univoche, è sembrato confuso e talvolta impreparato per quella che tutti sapevano sarebbe stata una sessione senza esclusione di colpi. I suoi consiglieri hanno dovuto addirittura passargli un biglietto durante l’udienza per ricordargli che la posizione ufficiale dell’America non prevede il “contenimento” di un Iran nucleare – come lui aveva detto poco prima, subito punzecchiato dal senatore Levin – ma di impedire che gli scienziati di Teheran producano la bomba.

New York. Per otto ore il segretario della Difesa nominato da Obama, Chuck Hagel, ha cercato di aggirare e sottrarsi alle domande della commissione del Senato, ha evitato risposte univoche, è sembrato confuso e talvolta impreparato per quella che tutti sapevano sarebbe stata una sessione senza esclusione di colpi. I suoi consiglieri hanno dovuto addirittura passargli un biglietto durante l’udienza per ricordargli che la posizione ufficiale dell’America non prevede il “contenimento” di un Iran nucleare – come lui aveva detto poco prima, subito punzecchiato dal senatore Levin – ma di impedire che gli scienziati di Teheran producano la bomba. L’animosità, come da copione, è arrivata soprattutto da parte dei repubblicani, i compagni di partito che si sentono traditi dalle giravolte dell’ex senatore che ha criticato duramente il surge in Iraq voluto da Bush e ha obiettato, ma con molta meno enfasi pubblica, a quello voluto da Obama in Afghanistan. John McCain e Linsday Graham lo hanno incalzato con quella durezza che si riserva soltanto agli ex amici; il neosenatore Ted Cruz ha fatto proiettare un passaggio di una intervista rilasciata ad al Jazeera in cui Hagel invoca una diminutio della presenza americana nel mondo. Lui ha negato, si è ritratto, ha invocato il contesto; Cruz lo ha chiamato “il giorno della conversione” di Hagel. D’altra parte, i democratici non potevano mostrarsi perfetteamente allineati sulle posizioni un ex senatore che ha parlato di una “lobby ebraica che intimidisce un sacco di gente a Washington” e Obama ha lavorato parecchio dietro le quinte per mettere in riga i sodali perplessi. Alla fine della sessione diversi senatori repubblicani che non fanno parte della commissione, ad esempio Marco Rubio, hanno detto che voteranno contro la conferma di Hagel la settimana prossima. Hagel per ora può contare in teoria sui voti di 55 democratici e un republicano, Thad Cochran, dunque le probabilità di arrivare alla conferma sono buone. Il fuoco di fila delle domande non ha soltanto affondato il dito nelle debolezze di Hagel, ma ha anche dato uno spaccato del clima confuso che domina la politica di Washington.
Le domande al capo del Pentagono dovrebbero riguardare temi militari, strategie, visioni del ruolo della potenza americana, invece i senatori sono andati ossessivamente alla ricerca di una controversia su Israele e la “jewish lobby”, lo hanno messo in un angolo sull’opposizione alle sanzioni iraniane, hanno cercato di creare momenti di imbarazzo invece di chiedere conto a Hagel della sua visione strategica. Della guerra in Afghanistan si è discusso soltanto di striscio, vaghissima la questione, pur importante per il Pentagono, del ri-orientamento delle forze americane verso l’Asia e l’area pacifica, di Siria e Libia si è discusso distrattamente, i droni non sono stati citati, così come i talebani. Il Mali, nuovo hub del terrore, è comparso in un’occasione soltanto. Lo aveva citato più spesso Mitt Romney durante un singolo dibattito in campagna elettorale.