Dov'è il centro?

I cattolici in viaggio, Prodi, l'identità perduta “per paura”. Parla Cirino Pomicino

Marianna Rizzini

Il centro cattolico cerca una rotta, ma resta senza bussola. Frammentazione, personalismi e identità smarrite. “O il centro è popolare o non è”: l’affondo dell’ex ministro

Nuvole in viaggio, diceva il titolo di un vecchio film di Aki Kaurismäki. Ma i tanti cattolici in viaggio da un polo all’altro e tra i poli verso il centro, troveranno finalmente approdo in un fantomatico altrove ancora indefinito? E insomma, sono mesi che se ne parla, ché ciclicamente un’iniziativa, un nome, un evento, riporta l’attenzione sul movimento suddetto: che fanno, i cattolici centripeti? Dove va Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e aspirante aggregatore di post-ulivisti? Dove vorrebbe che ci si dirigesse, l’ex premier Romano Prodi, ispiratore di movimenti interni ed esterni al centrosinistra? Che traiettoria avranno i Noi moderati di Maurizio Lupi, nel centrodestra? E che cosa faranno i cattolici che, stando a guardare i laici del Terzo polo che non fu, devono scegliere dove collocarsi in vista delle elezioni del 2027? Da cattolico democristiano non pentito, l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino trasecola e sbotta: “Il dramma vero è che nessuno pensa che il cosiddetto centro o è popolare, nel senso della cultura politica del popolarismo europeo, o non è”.

 

Non pare, a Pomicino, che si stia ragionando in questo senso. “Non mi pare lo stiano facendo i miei amici Calenda, Renzi, Lupi. Men che meno Forza Italia, che è popolare come io sono cinese. C’è un problema di personalismo politico che fa sì che l’anima e la vita dei vari movimenti e piccoli partiti sia legata al leader di turno e non a una vera e propria cultura di riferimento: cattolica, socialista, liberale. Risultato: frammentazione e mancanza d’identità. Come si fa a fare anche solo un vero congresso, in questa situazione? E pensare che non è così in altri paesi d’Europa”.

 

In Italia “si ha ancora paura di pronunciare la parola ‘democristiano’”, dice Pomicino, “nonostante siano passati trent’anni da Tangentopoli. E ancora si teme a pronunciare la parola ‘socialista’. Diversamente, in altri paesi il sistema politico ha avuto una sua evoluzione. In Germania, per esempio, questo ha permesso la crescita e consentito la stabilità del partito popolare, oggi argine all’Adf. Non si sono certo sentiti, in questi anni, proliferare movimenti politici deboli già dal nome disneyano. Non sono nate, a Berlino, le Cinque Lune, le Sorelle Tedesche, Forza Germania. Il nome di un partito è importante, non deve essere evitante rispetto alle culture politiche di riferimento, non bisogna nascondere la propria provenienza. Che vuol dire ‘democratico’, in Italia? Che vuol dire ‘moderato’? Sei democristiano sì o no? Se viene meno il nome, viene meno l’identità e se viene meno l’identità viene meno la visione e se viene meno la visione sei condannato alla gestione dell’ordinario, non puoi affrontare le sfide di oggi. E non hai neanche un grande partito alle spalle”.

 

L’ex ministro ha conosciuto i tempi della Balena Bianca, quando c’erano i congressi interminabili e le lotte intestine tra correnti,“ma c’era anche”, dice, “un’idea chiara su come affrontare i problemi del paese”. C’era pure l’ex premier Romano Prodi, allora. Oggi, da consigliere degli aspiranti cattolici democratici, Prodi appare però inquieto, nervoso, al punto da litigare con una giornalista di Quarta Repubblica a “Libri Come”, per una domanda sul Manifesto di Ventotene. “Prodi – che è stato sempre democristiano, un grande democristiano particolare, oggi misura il suo fallimento”, dice Pomicino. In che senso? “Era partito con l’Ulivo, nome evocativo di una cristianità perseguitata, nome che giocava in rimessa. E infatti l’Ulivo è scomparso. E ha continuato, Prodi, con politiche che, a mio avviso, non hanno aiutato la crescita del paese, anzi. Ed eccoci qui, con i salari reali più bassi d’Europa e pochi investimenti pubblici e privati. Il perché affonda anche in un atteggiamento tipico del cattolicesimo di sinistra dopo Tangentopoli: la cultura politica di riferimento doveva scomparire, tanto che, nel ’93, un gruppo di esponenti della sinistra democristiana si recò dall’ambasciatore americano Reginald Bartholomew a spiegare che la Dc non si sarebbe mai ricomposta. Il percorso era stato deciso: avvicinarsi agli ex comunisti, pensando di mettersi al riparo dalle procure”.

 

Altro problema, dice Pomicino, “l’inabissamento contestuale delle culture socialiste e liberale. Questo ha alimentato la crescita della destra, l’unica che oggi sembra avere identità”. Anche in Germania è cresciuta la destra. “In Germania, però, come dicevo, c’è un grande partito popolare a fare da argine. E la parola popolare non fa paura”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.