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Diritti dei popoli

Quel momento in cui anche gli idealisti più radicali diventano cinici realisti

Sergio Belardinelli

Si grida pace a ogni costo, anche se Putin continua imperterrito a bombardare l’Ucraina. È più facile sbandierare i diritti dei popoli quando difenderli non costa nulla 

Ottant’anni orsono, a seguito della barbarie nazifascista, si costituì l’Organizzazione delle Nazioni Unite, uno dei cui primi atti fu la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, definita da san Giovanni Paolo II “una delle più alte espressioni della coscienza umana del nostro tempo”. Ma che fare di fronte alla barbarie della guerra nella quale siamo di nuovo sprofondati? Quale relazione sussiste tra la teoria dei diritti umani e la pratica degli stessi, ossia l’applicazione concreta delle leggi nazionali e internazionali che dovrebbero tutelarli?

Non si tratta di questioni alle quali dare una risposta univoca ed esaustiva, ma di certo, considerato il momento storico che stiamo attraversando, esse spingono ad interrogarci sul pericolo che si ignorino brutalmente i diritti degli uomini e delle nazioni o che se ne faccia un uso meramente retorico: il pericolo, per dirla con un celebre titolo di Ronald Dworkin, che i diritti non vengano presi sul serio.

In modo un po’ impressionistico si potrebbe dire che i nostri diritti fondamentali emergono dall’esperienza della minaccia e dell’offesa della nostra dignità. Ma affinché quest’ultima possa essere realmente tutelata da un principio giuridico sono necessarie due condizioni strettamente connesse tra loro: in primo luogo la minaccia o l’offesa della dignità umana debbono essere valutate negativamente – di qui l’importanza della visione filosofico-antropologica che sta alla base di questa valutazione; in secondo luogo occorre riconoscere lo strumento giuridico come un rimedio possibile. 

Entrambe le condizioni sono necessarie, affinché si proclami un qualsiasi diritto, ma non sono sufficienti alla sua effettiva affermazione. Per questo ci vuole anche il potere, ossia la capacità di sanzionare chiunque lo offenda. Ad avere questo potere possono essere sia coloro che vengono offesi o minacciati, sia qualcuno, poniamo lo stato, che lo esercita in loro vece in omaggio al senso di giustizia. In ogni caso soltanto il “potere” può dare al diritto la sua efficacia, se così si può dire, e distinguerlo in questo senso da un semplice “ideale” o da un desiderio qualsiasi. A maggior ragione se parliamo del diritto di un popolo a difendersi da un’occupazione straniera. 

Quando uno stato invade un altro stato, scatenando una guerra, in genere lo fa perché crede di essere forte abbastanza per vincerla. Chi invece la guerra la subisce può soltanto soccombere, resistere se ne ha la forza, o sperare che qualcuno accorra in suo aiuto. A questo proposito il fatto che ci sia un organismo internazionale come le Nazioni Unite la cui Carta riconosce in modo inequivocabile il diritto di un paese sovrano a non essere aggredito da un altro è senz’altro un segno di civiltà. Ma proprio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia dimostra quanto un tale riconoscimento, per quanto importante, sia vano senza la forza di imporlo. Per non dire della difficoltà, per certi versi più grave ancora perché priva di attenuanti, a pronunciarsi con chiarezza persino sulle ragioni e i torti dei contendenti.

Il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite non hanno certo brillato in tal senso. Basti soltanto pensare alle ultime due risoluzioni, tra loro contrastanti, approvate entrambe dall’Assemblea nel febbraio scorso: l’una presentata dall’Ucraina e sostenuta dall’Unione Europea, approvata col voto contrario, tra gli altri, di Stati Uniti e Russia, e l’altra proposta dagli Stati Uniti, sulla quale alla fine gli Stati Uniti si sono astenuti, che chiedeva la fine della guerra senza menzionare l’aggressione russa. Un’altalena di risoluzioni che in questi tre anni di guerra hanno suonato per lo più come parole al vento, screditando nel contempo il prestigio di un’istituzione, che sta soprattutto nella sua capacità di dialogo e di persuasione in nome della giustizia. Ovviamente l’Onu non è uno stato mondiale, né è auspicabile, almeno secondo me, che lo diventi. Ciò significa che non può mandare i caschi blu contro una grande potenza nucleare come la Russia. Meno che mai può costringere Putin a trattare se non ne ha voglia. Ma certamente avrebbe potuto fare di più in tal senso. 

Meno male dunque che in questi tre anni di guerra gli ucraini hanno potuto contare sull’aiuto di Stati Uniti ed Europa per arginare l’avanzata dell’esercito russo sul loro territorio. Da soli sarebbero stati costretti alla resa da un pezzo. Oggi però la situazione è cambiata. Gli Stati Uniti di Donald Trump non intendono più continuare ad aiutare l’Ucraina, né intendono continuare a farsi carico della difesa dell’Europa. Di conseguenza ci siamo improvvisamente ritrovati come in un incubo. Dovremmo almeno aver capito che il diritto senza la forza non soltanto è impotente ma avvantaggia i prepotenti. Invece ci sono ancora in giro innumerevoli uomini politici, commentatori, intellettuali che prendono lo spunto da tutto ciò per agitare un pacifismo di maniera, che anziché preoccuparsi della minaccia rappresentata da Putin, se la prende con la volontà degli ucraini di resistergli e con la volontà dell’Europa di continuare ad aiutarli, nonché di investire maggiori risorse per la propria difesa. Si grida pace a ogni costo, anche se Putin continua imperterrito a bombardare l’Ucraina. Evidentemente è facile sbandierare i diritti dei popoli quando difenderli non costa nulla. Ma, non appena i morsi della storia si fanno sentire, anche gli idealisti più radicali si trasformano in cinici realisti.