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GRAN MILANO 

All'ostacolo Schlein meglio girare intorno: i riformisti ci pensano

Fabio Massa

La sinistra ha fatto il pieno al congresso e fa rodaggio con Majorino. Ma ex, post e neo lib-dem pensano alla lista civica

L’ostacolo si chiama Schlein. Che a Milano aveva fatto il pieno al congresso, e che ha nella proposta radical della sinistra milanese il suo habitat naturale. Ma la segretaria dem è anche qualcosa di estremamente lontano rispetto a un gruppo assai numeroso di riformisti meneghini, che iniziano a pensarla come Brecht: “Con un ostacolo davanti la linea più breve può essere una curva”. In questo caso, la curva da affrontare è quella di iniziare a ragionare non dell’Italia dall’ex capitale morale nella quale – ormai è palese – comanda la procura, che tutto indaga e tutto blocca (urbanistica, stadio). Meglio ragionare della città come laboratorio civico, lasciando la lotta per l’Italia a tempi migliori.

Il riformismo non dunque come elemento inserito in un partito, come era ai tempi di Renzi segretario del Pd, ma come elemento civico (magari esterno, chissà) in vista delle prossime elezioni, che travalichi il concetto di tessera e torni al valore dell’idea.

Il retroterra moderato esiste, anche se di urna in urna si assottiglia. Alle europee del 2024 nel comune di Milano Azione prese il 6,46, gli Stati Uniti d’Europa il 6,37. Quasi il doppio rispetto al dato della circoscrizione nord occidentale. L’anno prima, 2023, a fronte di un dato regionale del 4,25 Azione e Italia Viva che sostenevano Letizia Moratti, arrivarono in Milano arrivarono al 6,56. Alle politiche i risultati sono ovviamente assai più complessi per via dei collegi, ma i dati di Renzi, Calenda e +Europa al Senato in Lombardia sfioravano il 15 per cento. E se parametrati su Milano erano ancora più lusinghieri. Alle comunali del 2021 invece presero il 4,01 per cento, ma è anche vero che molti esponenti corsero nella lista civica del sindaco che sorpassò di poco il 9 per cento. Insomma, forse non è proprio come ha affermato qualcuno, che “i riformisti a Milano sono abbastanza per riempire il Parenti ma non abbastanza per riempire le urne”. E – questo il ragionamento che si fa in certi ambienti – nella sinistra orfana di leader riformisti, e che a livello nazionale vive una fase assolutamente opaca tra tentazioni forziste e delusioni centriste, forse la cosa più utile e semplice da fare sarebbe ripartire dalla città. Mancano due anni, e c’è tutto il tempo per aprire un cantiere di riflessione e approfondimento, in un momento in cui la lucidità pare mancare e anche l’assertività. Non ce ne è stata, infatti, sulla intricata gestione dell’urbanistica, che adesso è un ginepraio inestricabile. Grande caos anche sul caso dello stadio, con i partiti afoni a fronte di posizioni interne divergenti e inconciliabili. Pare che pure nella prossima tornata di nomine delle grandi società partecipate la politica abbia toccato pochissimo la palla, malgrado una tradizione di buongoverno cittadino evidente. Così, in una città che ancora splende per il lavoro del passato, c’è chi prefigura un futuro fosco. Per scongiurarlo, serve prima di tutto riflettere.

I nomi sono sempre gli stessi. Da una parte Pierfrancesco Majorino, che scalda le macchine già da domani, coinvolgendo nella sua riflessione sulla città “Che Milano Sarà” (Palazzo Pirelli, venerdì alle 18,30) uno di quelli che potrebbero volersi cimentare anche contro di lui: il moderato e apprezzatissimo delfino di Giuseppe Sala, l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte. Dall’altra parte il numero uno di Chora, Mario Calabresi. Agli addetti del settore editoria non è sfuggito un articolo del solitamente ben informato Claudio Plazzotta, che ha annunciato l’arrivo di un nuovo socio (malgrado smentita del finanziere Brera, che controlla Chora) decisamente pesante: la società Tether, 137 miliardi di dollari di fatturato e una forte vicinanza a Trump. Insomma: potrebbero esserci rivoluzioni che spingerebbero Calabresi verso la politica, che pure lo solletica e gli piace. Rimane da capire che cosa farà quel mondo mediano, quella sinistra illuminata che per ora brancola, da Francesco Micheli a Massimo Ferlini, da Sergio Scalpelli a Carlo Cerami. Insomma la vecchia guardia riformista che non ha mai smesso di dialogiare con i giovani orfani del renzismo milanese che fu. Tutto è in movimento, forse su una vettura civica, in vista delle elezioni.

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