
Il caso
Il gioco di prestigio del Pd in Europa: a favore della strategia di difesa Ue, ma contro il piano ReArm
Con una strategia dei due forni la delegazione dem a Strasburgo si appella a un emendamento per salvare la linea Schlein in vista della piazza di sabato del M5s, ma ritorna nell'alveo del Pse
Il Pd torna all’ovile eurosocialista e vota sì alla relazione sulla strategia di difesa Ue. Ma per farlo, la delegazione dem escogita un gioco di prestigio per salvare le credenziali pacifiste di Elly Schlein a pochi giorni dall’adunata pentastellata di Roma. Nei panni del Mago Silvan del Pd si cala Nicola Zingaretti che in duo assieme a Stefano Bonaccini, dopo un negoziato serrato e intense telefonate con Roma, trova il modo di tenere unito il partito: focalizzare tutta l’attenzione sul voto contrario a un emendamento che “promuove il piano ReArm” e, sim sala bim, distogliere l’attenzione dal voto favorevole di tutta la delegazione Pd a un testo che di fatto promuove la strategia di difesa voluta da Bruxelles, ovvero il riarmo.
Se si guarda al voto di due settimane fa, il Pd fa sostanzialmente un’inversione a U e, infatti, la delegazione Pd perde per strada gli indipendenti Cecilia Strada e Marco Tarquinio. A differenza del voto sul riarmo del mese scorso, dove scelsero l’astensione per andare incontro alla segreteria, ieri i due eurodeputati hanno disconosciuto la linea di Schlein, votando contro il testo finale, considerato troppo bellicista per loro, ma non per il resto del Pd.
Dalla parte opposta dello spettro democratico, la minoranza targata Gori-Picierno, a poche ore dal voto, tenta il raddoppio e fa sapere che voterà a favore, assieme a tutto il gruppo socialista, anche dell’emendamento contro cui il Nazareno ha chiesto il voto contrario, minacciando i dem di andare comunque alla conta. Ma i due illusionisti Pd sono un passo avanti a tutti: sull’emendamento, infatti, si vota per alzata di mano ed è chiaro che passi a larga maggioranza, ovvero senza rischio di richiesta di controprova al voto su tastiera. Sul voto, insomma, non ci sono tabulati.
Se ci si avventura nella diretta streaming della sessione a Strasburgo, è percepibile che negli scranni Pd il movimento di mani non sia compatto, ma la Var non ha un responso netto. Niente trucco e niente inganno: l’illusione riesce alla perfezione e la mediazione Bonaccini-Zingaretti consegna a fine giornata una delegazione compatta, in linea con il Nazareno, in linea con il Pse e in linea con von der Leyen. Un’illusione, forse, ma di questi tempi molto meglio di niente.
Finita la sessione di voto ognuno racconta i fatti un po’ come vuole. Pina Picierno vede la delegazione tornare sulla linea del Pse e sottolinea “una certa tendenza a confondere le acque del dibattito pubblico”, evidenziando che “nel testo finale votato dalla delegazione del Pd e da tutto il gruppo dei Socialisti e Democratici c’è anche ReArm Europe”. Il responsabile esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, sceglie invece la via del diniego e si felicita del fatto che “il Partito Democratico abbia nuovamente chiarito, nelle sedi politiche e parlamentari, la sua linea di contrarietà alla corsa al riarmo dei singoli Stati”. Più soffice l’intervento di Filippo Sensi, che si rallegra del fatto che “in linea coi socialisti europei, il voto a Strasburgo su una relazione equilibrata e solida per la difesa di oggi e di domani sia un passo avanti significativo per stare dove è giusto, tra le grandi forze, contro i no della destra”.
Tra le pieghe degli emendamenti cade anche un altro tabù dem, quello dei raid militari con armi Ue su territorio russo. Non passa, infatti, la richiesta della sinistra UE di eliminare dalla relazione sulla strategia di difesa un paragrafo che invitava “gli Stati membri a revocare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di utilizzare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi in territorio russo”. L’emendamento incassa solo il voto favorevole di Lega, Avs e M5s, mentre contrari alla modifica votano l’intero Pd, con la sola eccezione di Cecilia Strada, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Si ribalta dunque la linea pacifista del Nazareno, che proprio su questo punto, lo scorso settembre, decise di segnare la sua linea del Piave, sul famoso paragrafo 8, su cui Schlein chiese il voto contrario e molti dei suoi preferirono invece levare la scheda dal sistema di voto.
Nonostante la netta virata verso le posizioni della maggioranza Ue da M5S e Avs non arriva nessuna critica. Parte della strategia Pd è infatti anche un patto di non belligeranza, negoziato a Roma ad alto livello con il Movimento 5 Stelle, che infatti, in totale controtendenza rispetto a tutti gli eurovoti sulla difesa di questa legislatura, si astiene da ogni critica al Pd. Alla conferenza stampa di ieri mattina, di presentazione della piazza per la pace, gli eurodeputati pentastellati schivano ogni domanda sul Pd, su indicazione diretta di Giuseppe Conte, poiché il leader M5s non intende rompere l’incantesimo grazie a cui la segretaria del Partito Democratico dovrebbe partecipare alla sua piazza assieme a Travaglio, Orsini e Rita De Crescenzo. I silenzi del M5s, però, non sono un regalo, ma un avvertimento. E lo mette in chiaro uno degli eurodeputati più critici del Pd, Danilo Della Valle, che a fine giornata commenta: “Parliamoci chiaro, il 5 aprile non è solo una data. E’ una scelta”. Scelta che infatti ora spetta alla dirigenza Pd: Conte, Europa o un’altra magia?
