
Alessandro Barbero (Ansa)
il discorso
Se solo Barbero parlasse di pace e di guerra come il suo venerato maestro
Se lo storico raccontasse la lezione di Marc Bloch dal palco dei Cinque stelle sarebbe uno spettacolo meraviglioso. Altro che Barbara Spinelli e Tomaso Montanari. Si vedrebbe la sua stella brillare più di tutt'e cinque le stelle del Movimento messe insieme
I pacifisti? “Insegnavano, a ragione, che la guerra accumula devastazioni inutili. Ma omettevano di distinguere tra la guerra che decidi di fare volontariamente e quella che ti viene imposta, tra omicidio e legittima difesa”. Urlare basta soldi per le armi? “Un vangelo di apparente convenienza, sermoni che trovano una facile eco negli istinti pigramente egoistici che dormono nel fondo di ogni cuore umano”. Oppure quelli che dicono che la sfida autoritaria alle democrazie non esiste? “Inconsapevolmente, lavoravano per fare i codardi”.
Che spettacolo meraviglioso sarebbe se, sabato, il professor Alessandro Barbero salisse sul palco della manifestazione dei Cinque stelle “Basta soldi per le armi”, dove parlerà, e anziché fare il proprio monologo seguendo la linea politica di Giuseppe Conte, raccontasse la lezione di uno dei suoi maestri, anzi il suo maestro per eccellenza, lo storico Marc Bloch, cofondatore della École des Annales, la base della storiografia più moderna, a cui nel 2015 dedicò una conferenza strepitosa, diventata celebre grazie al successo dei suoi podcast. Ovvio: non succederà, non può succedere. Ma immaginarlo nell’opera che gli riesce meglio – narrare i fatti e la mentalità di un’epoca, legare le date e gli accadimenti alla psicologia delle masse, all’antropologia – be’, sarebbe una lezione da leccarsi i baffi. “Barbero racconta gli effetti collaterali del pacifismo”. Altro che Barbara Spinelli e Tomaso Montanari, suoi compagni di palco: si vedrebbe la sua stella brillare più di tutt’e cinque le stelle del Movimento messe insieme.
La lezione impossibile potrebbe iniziare con una citazione: “Ai pacifisti piaceva giocare con le parole, e forse, avendo perduto l’abitudine di guardare in faccia i loro pensieri, si lasciarono prendere nelle reti dei loro stessi equivoci”. Così scrive Bloch nel suo libro capolavoro, La strana disfatta, un testo che è una “diagnosi di una lucidità pazzesca”, “uno dei suoi più grandi saggi”, lo definisce Barbero. Venne scritto subito dopo l’invasione nazista della Francia, quando in pochi giorni i tedeschi sbaragliarono l’esercito francese, di cui Bloch era un ufficiale. Come fu possibile quel tracollo? Ci furono ragioni militari, certo, sostiene Bloch. Ma, dopo averle scandagliate nel dettaglio, e impietosamente, aggiunge che “un uomo onesto non poteva esimersi da un esame più generale”, cioè dal prendere in considerazione una questione culturale, per non dire morale, la necessità di fare un “esame di coscienza” dell’intera nazione. Ebreo nella Francia occupata dai nazisti, dopo la rovina militare Bloch si arruolò nella resistenza non comunista fino a diventarne uno dei capi, cominciando con il portare giornali, poi lettere, nome di battaglia Narbonne. La Gestapo lo arresta su uno dei tanti ponti di Lione. Lo tortura. Lo immerge nell’acqua gelida, gli brucia la pianta dei piedi, gli rompe le costole. Per tirargli fuori informazioni. Il 16 giugno 1944 i tedeschi lo portano in un campo deserto e lo uccidono a colpi di mitra.
Aveva scritto: i pacifisti “sussurravano, li sentii, che i nazisti non erano, nel complesso, così malvagi come si pretendeva di dipingerli: probabilmente ci si risparmierebbe più sofferenze spalancando loro le porte che opponendosi all’invasione con la violenza”. Si ricorderà che anche Il riformista pacifista, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, titolò: “Il dovere della resa”. Mentre Giuseppe Conte era estremamente seccato dalle dicerie sulla Russia: “Nessuno ci dica che Putin non vuole la pace”. Oggi l’avvocato del popolo pacifista contrappone il riarmo alle bollette. I carri armati agli ospedali. Gli F-35 alle terapie intensive. “Ma si dimentica che la vittoria dei regimi autoritari”, scriveva Bloch, rivolgendosi alla sinistra, “non può non portare alla quasi totale riduzione in schiavitù”, con buona pace del sistema sanitario nazionale. Sarebbe meraviglioso se Barbero lo raccontasse sabato alla manifestazione pacifista.