
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (foto LaPresse)
Oltre le borse
Il trumpismo italiano è in mutande
La guerra dei dazi, le borse in caduta, il pil al ribasso, la minaccia all’export. Di fronte al trumpismo, il paese più vulnerabile in Europa è il più trumpiano. Il passaggio dal Mega al Miga e la nuova felpa da trovare, anche in politica
L’apocalisse c’è e non c’è, perché l’Italia, di fronte alle difficoltà, di solito tende a dare il meglio di sé, di solito riesce a trasformare le crisi in opportunità, di solito riesce a trovare un modo per ingegnarsi, ed è possibile che anche questa volta, anche nella stagione dei dazi trumpiani, anche nella stagione delle guerre commerciali americane, il nostro paese riuscirà a trovare un modo per essere resiliente, come si dice, forte anche della consapevolezza che ciò che esporta negli Stati Uniti non è facilmente sostituibile. L’apocalisse c’è e non c’è, perché finora, al netto della giornata di ieri, Trump ha avuto un effetto negativo più sulle borse americane che su quelle europee, e anche in queste ore è utile ricordare che dal 20 gennaio al 3 aprile 2025, l’S&P 500, uno dei principali indici di Borsa degli Stati Uniti, ha subìto una perdita del 4,6 per cento, segnando la sua peggiore performance trimestrale dal 2022, che il Nasdaq, l’indice americano dove sono quotate molte delle principali aziende tecnologiche del mondo, nello stesso periodo ha registrato un calo del 10,5 per cento, mentre nello stesso arco temporale l’indice Euro Stoxx 50 ha fatto segnare un aumento di circa il 6,5 per cento.
Ma quello che è successo ieri, con le borse europee andate a picco a causa del possibile impatto dei dazi in Europa, e con la Borsa italiana che è stata la più colpita in tutta Europa, facendo registrare una delle peggiori sedute degli ultimi trent’anni, non lontana dal livello dell’11 settembre, quando la Borsa di Milano chiuse a meno 7,79 per cento, ieri ha chiuso a meno 6,5 per cento, peggio di Parigi (-4,2), peggio di Francoforte (-5,3), peggio di Londra (-4,9), persino peggio del Nasdaq (-4,3), è la spia di un fenomeno che va ben al di là della tenuta del sistema economico italiano. Ed è un fenomeno che illumina un tema dirompente per il governo italiano. Di fronte al trumpismo, il paese più vulnerabile in Europa è quello più trumpiano. La questione è interessante, oltre che inquietante, perché si presenta sotto diverse tonalità.
La principale, emersa ieri, riguarda un elemento che spesso sfugge a un pezzo importante della classe dirigente politica: l’Italia è uno dei paesi più indebitati d’Europa e quando un paese molto indebitato si ritrova immerso in un’ondata anomala di instabilità economica quel paese è il primo a pagare dazio (ops). Nel caso specifico, i dazi di Trump sono una minaccia per le nostre esportazioni per ragioni di carattere percentuale (le esportazioni dell’Italia verso gli Stati Uniti valgono il 10 per cento del totale, più della Germania le cui esportazioni verso gli Stati Uniti valgono il 9,5 per cento del totale, e da questo punto di vista nessun paese europeo è legato agli Stati Uniti come l’Italia). Ma lo sono anche per ragioni di carattere macroeconomico. Le stime (Confindustria e Ispi) indicano che i dazi annunciati potrebbero ridurre la crescita del pil italiano di circa 0,3-0,4 punti percentuali nel 2025 e per un paese indebitato che ha previsto di ridurre il debito attraverso la crescita, avere un pil rivisto al ribasso può essere un guaio niente male.
Lo stesso discorso vale se si ragiona attorno a un altro tema che riguarda il debito in più che l’Italia ha promesso di fare sulle spese militari: debito sacrosanto, buono direbbe Draghi, oltre che giusto, che magari verrà scorporata dal Patto di stabilità ma comunque peserà sui conti dello stato, facendo aumentare ancora di più la spesa per gli interessi che ogni anno paga l’Italia (4,2 per cento del pil ogni anno, la percentuale più alta d’Europa). Accanto alle ragioni di carattere economico, vi sono altre ragioni di carattere politico che illuminano il fenomeno da cui siamo partiti, la presenza cioè di un paese tendenzialmente trumpiano che si ritrova a essere il più esposto in negativo all’onda d’urto del trumpismo.
Meloni è l’unica grande leader europea ad avere un rapporto di complicità con Trump, è l’unica grande leader europea ad aver partecipato all’insediamento di Trump, è l’unica grande leader europea ad aver partecipato alla convention dei trumpiani del Cpac, ma nonostante questo, da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca i problemi per Meloni piuttosto che essere diminuiti si sono moltiplicati e la centralità assunta dal governo italiano in Europa prima dell’arrivo di Trump si è trasformata nel suo opposto. Trump ha destabilizzato la maggioranza trumpiana, rendendola ancora più divisa che nel passato. Ha rivitalizzato il fronte putiniano del nostro paese, rendendolo più attivo. Ha marginalizzato la premier in Europa, togliendo dal suo curriculum due elementi che l’avevano resa più stabile in Europa: il rapporto simbiotico con l’Amministrazione americana e il sostegno senza se e senza ma all’Ucraina. Ha trasformato l’europeismo acquisito della premier in un test quotidiano, e se prima di Trump la svolta pro Europa di Meloni era diventata un dato di fatto oggi ogni voto sull’Europa diventa uno stress test sulla sua vera identità (finora è andata bene). E soprattutto, in tutto questo, ha messo Meloni di fronte a uno scenario nuovo, imprevedibile, di fronte al quale la presidente del Consiglio non ha più una narrazione valida, forte, convincente, da proporre agli elettori. E la modalità Ventotene (polemiche sul nulla, o quasi, con cui provare a dimostrare che la sinistra è cattiva e la destra è buona) non si adatta a ogni situazione possibile (e forse arriverà il giorno in cui anche l’opposizione capirà come non cadere nelle trappole meloniane, forse).
Il trumpismo, secondo i trumpiani d’Italia, avrebbe dovuto rafforzare il trumpismo in Italia. Ma ora che Trump mostra coerenza assoluta con le sue promesse i trumpiani non riescono a trovare nell’armadio le felpe giuste da indossare. Dal Maga passando per il Mega arrivando fino al Miga: Make Imbarazzo Great Again.