Calenda blues. Era partito col botto ma di fronte al blocco Pd più pandemia si annoierà?

Si era lanciato nell'arena con anticipo ed energia, dal salotto di "Che tempo che fa". Aveva parlato subito del problema, quel "non poter parlare a nome del Pd". Aveva detto a Zingaretti "devi accontentarti. Ma ora bisogna scongiurare il rischio di auto-implosione nella lunga guerra di trincea che s'annuncia all'orizzonte
29 OTT 20
Ultimo aggiornamento: 08:37
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Partire in quarta e con il botto, andare a “Che tempo che fa” a dire che la candidatura a sindaco di Roma è un “dovere e una grande avventura”, collezionare endorsement (tra gli altri, Enrico Letta, Giorgio Gori, Pierluigi Castagnetti, Enzo Bianco, Matteo Renzi): sembravano i dieci giorni capaci di sconvolgere piani e destini della città, quelli successivi all’annuncio della discesa in campo di Carlo Calenda nella corsa a sindaco di Roma.
Lui, Calenda, sembrava essersi lanciato nell’arena con anticipo ed energia, pur consapevole dei rischi, tanto che, intervistato da Fabio Fazio, aveva tirato fuori subito il primo problema: “…Ovviamente non posso parlare a nome del Pd. Esiste un tavolo, poi certamente auspico un appoggio largo sulla mia persona non solo dei partiti ma anche delle associazioni e delle organizzazioni sul territorio…”. E, al segretario pd Nicola Zingaretti, Calenda, da uomo “trend topic” quale è, aveva indirizzato la frase poi ripresa in lungo e in largo sul web: “Non avete un candidato, dovete accontentarvi”.
E però poi, nel giro di pochi giorni, il Pd, con tutto il cosiddetto “campo allargato” del centrosinistra, si è chiuso come un sol uomo attorno all’idea di passare per le primarie, ma di passarci possibilmente più in là, verso la primavera, cosa che per il candidato Calenda significherebbe cottura lenta e approdo sconosciuto. E se è vero che c’è, per Calenda, l’appoggio di Italia Viva anche contro la linea pd, è vero che Italia Viva ha specificato: l’appoggio resta se resti il candidato del centrosinistra.
Ci sarebbe stato insomma bisogno di partire subito per il giro nei quartieri e giocare d’anticipo. Solo che si è aggiunta anche la fase 3 della pandemia, il ritorno delle dirette del premier Giuseppe Conte, l’arretramento del tema “elezioni nelle grandi città” dalla prima alla quindicesima pagina dei giornali, per non dire dell’indecisione dello stesso Calenda, racconta chi lo conosce: un Calenda sospeso tra l’idea di rompere con il Pd e andare da solo e quella di aspettare, ma con il rischio di farsi rosolare.
Nel dubbio, e vista l’impossibilità caratteriale di stare fermo, il candidato, su Twitter, ha ieri parlato d’altro, della “crisi Covid” che è “essenzialmente una crisi di funzionamento dello stato: lo stato non riesce più a proteggere i cittadini in emergenza perché non riesce più a far accadere le cose”, di Matteo Salvini che “vuole espellere gli irregolari”, del “confronto tra partiti come scontro ideologico”, e di Virginia Raggi sugli stadi (Flaminio e della Roma), ma con toni talmente virulenti da far pensare, per paradosso, a un precoce lampo di noia nel candidato. Come dire: scateno i cannoni sennò qui affondiamo nella guerra di posizione.