Round sulle periferie
Riparte la guerra su Roma Raggi-Salvini
La prima cittadina dice che il leader della Lega "ha aperto i campi rom"; Lui la definisce "scema". Per entrambi però la vera battaglia è all'interno del partito

Lei, Virginia Raggi, vede il suo bicchiere mezzo pieno, apre sullo stadio della Roma e si dice pronta a ricandidarsi anche in caso di sentenza di condanna sul caso Marra (“vado avanti, la città ha bisogno di una guida onesta”). Lui, Matteo Salvini, vede il bicchiere altrui mezzo vuoto e, dando l’avvio al suo giro romano pre-campagna elettorale – ogni settimana un quartiere, al grido di “Bye Bye Raggi” – ha definito la sindaca “scema”. La miccia era stata il commento di Raggi alla visita di Salvini a Centocelle: “Ha aperto i campi rom, uno fu sgomberato senza bonifiche, invece noi facciamo la bonifica”. Al di là del contro-commento del leader della Lega – “…un sindaco che ha perso quattro anni e mezzo dovrebbe chiedere scusa e cambiare mestiere…”, lo scambio si colloca al blocco di ripartenza della competizione tra due esponenti di due forze politiche populiste, un tempo alleate e ora avversarie – un sindaco e un leader di partito che, già nel 2018, avevano cominciato a duellare sul confine della legge e dell’ordine, facendosi simbolicamente fotografare, a distanza di poche ore, accanto agli scheletri delle ville demolite dei Casamonica. Ma la loro competizione, fuori dal lessico insultante, segnala altro sui rispettivi fronti interni.
Dove Raggi, appoggiata su Roma da Beppe Grillo e da Alessandro Di Battista, ma non da una larga parte del M5s locale, deve, oltre all’eventuale condanna, affrontare il problema delle regole interne, quelle che impediscono a un condannato a Cinque stelle di concorrere (su questo punto potrebbe incontrare l’opposizione della storica nemica interna Roberta Lombardi, membro del comitato di garanzia che alle regole dovrebbe mettere mano). E se è vero che il sindaco, in caso di condanna in Tribunale, potrebbe scegliere la strada temporeggiatrice del ricorso in Cassazione, è anche vero che molti sono gli intoppi lungo la via: prima di tutto l’immagine di non efficienza, suffragata, in questi anni, da dimissioni a catena di assessori, disastri nelle partecipate (vedi alla voce Ama e Atac) e, ultimo ma non ultimo, critiche via lettera aperta dal dimissionario comandante dei Vigili Stefano Napoli, in seguito alle polemiche scatenate da un’inchiesta di Report.
Intanto Salvini – che a Roma, con la Lega, non ha i voti che ha Giorgia Meloni con Fratelli D’Italia – si trova, dopo aver espresso parere favorevole alla candidatura di Guido Bertolaso, nella posizione di dover attendere la scelta dell’alleata (che Bertolaso lo vede “non come unico nome” per Roma). L’idea originaria della leader di FdI era infatti quella di trovare un candidato più partitico e meno di società civile. Sottile guerra interna di trincea? Per ora sono stati sondati, senza molto successo, Andrea Abodi, presidente dell’Istituto per il credito sportivo, e Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa.
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
