Roma Capoccia
La città impietrita e solidale con l’Ucraina, nei giorni del risveglio dall’incubo Covid
Roma tra guerra e pace. Doveva essere la settimana dei sogni con l'allentamento della morsa del Covid e la candidatura per l’Expo 2030, ma è diventata la tragica settimana di dolore per ciò che succede al polpolo ucraino

Foto Ansa <br />
Doveva essere la settimana dei sogni da tempo di pace – l’allentamento della morsa del Covid, il ritorno dei turisti, la candidatura per l’Expo 2030, con il viaggio del sindaco Roberto Gualtieri a Dubai per perorare la causa della città che si rinnova nel nome della cultura, dell’inclusione, della rigenerazione. Ma questa è anche la settimana in cui l’impensabile – la guerra per come credevamo di non doverla più vedere – ha fatto irruzione dagli schermi, prima, e per le strade di Roma, poi, sotto forma di presìdi e fiaccolate, proprio a partire dal Campidoglio, venerdì scorso, ma con l’intenzione di replicare domani, il 4 marzo, chiamando a raccolta anche i sindaci di altri comuni, ha detto Gualtieri, “per ribadire il sostegno e la vicinanza al popolo ucraino”.
Intanto il martedì grasso si trasformava in “Carnevale della pace”, con gli studenti delle scuole medie riuniti a manifestare in silenzio la solidarietà per i coetanei che si sono visti stravolgere la vita da un giorno all’altro, a Kiev come a Kharkiv. C’è la trasferta per l’Expo, sì, ma anche, oggi, l’apertura della sede operativa della Task Force dedicata alla gestione dell’emergenza ucraina di Roma Capitale (“stiamo ricevendo moltissime segnalazioni”, ha detto l’assessore alle Politiche Sociali Barbara Funari). E sono, questi, giorni di cantieri e riaperture di negozi, ma anche giorni in cui all’Ospedale Bambin Gesù viene ricoverato in terapia intensiva un piccolo ucraino sfuggito alle bombe, mentre alla stazione Termini l’hub vaccinale diventa anche centro di smistamento per chi, arrivando dalla guerra, ha bisogno di assistenza sanitaria.
I romani guardano il Colosseo che si illumina di giallo e azzurro, i colori della bandiera ucraina, ed è come se il sollievo per la ripresa post-Covid, sperata e a lungo immaginata da albergatori, commercianti, cittadini impazienti di liberarsi di ansie e mascherine, si fondesse con la nuova, strisciante angoscia di un futuro prossimo improvvisamente minaccioso, con la parola “nucleare” che emerge dal peggior Novecento ormai rimosso. E Roma si ritrova impietrita e generosa, tra raccolte di pacchi per i profughi e offerte di stanze tramite Sant’Egidio, ma anche terrorizzata e sospesa nell’incredulità. Sono passati quasi due anni dalla notte di marzo che ha dato inizio al lockdown, quando la parola “guerra” veniva evocata come metafora della lotta contro il virus, mentre le vie della città si svuotavano. Non si pensava certo di doverla nominare, ventiquattro mesi dopo, in senso letterale.
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
