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(foto Ansa)
roma capoccia
Fadlun vuole il bis. Il presidente della Comunità ebraica si è dimesso per cercare un mandato pieno
Si vota l'8 giugno. Il presidente dimissionario ci tiene a portare a termine l'accorpamento della Deputazione ebraica e della Casa di riposo. Chi potrebbe correre contro di lui
Le liste definitive dei candidati si potranno presentare dal 15 al 29 aprile, circa un mese e mezzo prima del voto, fissato l’8 giugno. Ma gli sfidanti di Victor Fadlun alla carica di presidente della Comunità ebraica di Roma, un bacino di 11 mila iscritti, tra le più grandi d’Europa, potrebbero essere gli stessi della scorsa elezione. Anche se per adesso, l’unico certo è il presidente dimissionario, che ha annunciato il passo di lato e la ricandidatura durante lo scorso fine settimana.
Due anni fa la lista a sostegno di Fadlun, Dor Va Dor, ottenne il 37,87 per cento dei voti. Quella di Per Israele, da cui provenivano gli ex presidenti della Comunità Ruth Dureghello e Riccardo Pacifici, guidata dall’avvocato Antonella Di Castro, prese il 36,27 per cento. La terza, HaBait di Daniele Regard, il 25,86 per cento. Le prime due formazioni raccolsero 10 seggi a testa, e fu poi il Consiglio della Comunità a eleggere Fadlun. Che in questa prima parte di mandato è stato il volto riconoscibile dell‘ebraismo romano con le sue forti prese di posizione dopo il 7 ottobre e il conflitto israelo-plaestinese in medio oriente. Oltre che con i ripetuti appelli per il contrasto alle ondate di antisemitismo, di cui si è avuta evidenza anche nella Capitale.
Fatto sta che, come ha spiegato lungamente ieri in un’intervista al Messaggero, per il presidente Fadlun le dimissioni “non sono un passo indietro ma un passo in avanti”. Questo perché la scorsa settimana, quando si è votato il progetto di accorpamento della Deputazione ebraica e della Casa di riposo, i due enti di solidarietà gestiti dalla Comunità ebraica, Fadlun non ha ottenuto la maggioranza. Una votazione da cui è filtrato anche un certo qual disinteresse da alcuni consiglieri. “Ma non c’entra la mancata unanimità. Semplicemente, per l’ambizione del progetto modernizzatore, il presidente preferisce che ci sia un’ampia condivisione all’interno della comunità”, spiega chi lo conosce bene. Il progetto di accorpamento dei due enti, a ogni modo, non tocca l’Ospedale israelitico, in questi mesi nel bel mezzo di un contenzioso con la gestione del Caffé Greco in via dei Condotti, di cui l’Ospedale Israelitico è proprietario. Più che altro, come ha evidenziato lo stesso Fadlun, vuole rispondere a un’esigenza di gestione manageriale delle due strutture in mano alla Comunità, che adesso invece si rifanno più a una logica di tradizione. Lo stesso Fadlun viene dal mondo manageriale immobiliare. “Oggi le risorse si disperdono in tre organi consiliari con tre presidenti che agiscono autonomamente. Io sono per un maggiore coordinamento delle risorse e l’eliminazione dei doppioni”, ha detto ancora il presidente dimissionario al Messaggero, chiarendo perché a suo avviso intervenire è una priorità. Anche a costo di dover interrompere il mandato.
Tra chi si è opposto al progetto, serpeggerebbe un po’ di malcontento per la chiamata anticipata alle urne. Soprattutto, si fa notare, perché l’intenzione di alcuni consiglieri era quella di approfondire, prendere tempo, chiarire alcuni punti. E nemmeno troppo apprezzato è stato leggere, l’indomani della seduta in cui il progetto è stato bocciato, le specifiche del piano e il discorso del presidente direttamente sui giornali. Insomma, alcuni preferivano che le questioni sollevate dal progetto bocciato fossero affrontate con una discussione interna. Eppure l’unica voce in chiaro che in teoria avrebbe potuto fare da contraltare a Fadlun, ovvero l’ex presidente della comunità Riccardo Pacifici, tra i fondatori della lista “Per Israele”, gli ha espresso condivisione e vicinanza, auspicandosi persino una continuità alla guida della Comunità ebraica romana. Anche da chi presenterà come proprio candidato la lista “Per Israele”, si capirà se l’obiettivo è provare a cogliere la chiamata anticipata alle urne per riagguantare la presidenza. O se invece si vorrà insistere in un progetto unitario che non preveda grossi scossoni ai vertici. Insomma, almeno fino a giugno, il progetto di riforma degli enti della Comunità può aspettare. Se ne riparlerà, nel caso, con un mandato più forte.