Short Theatre 2026, l'Orto Botanico apre le porte al festival delle arti performative

Dal 3 al 12 settembre la XXI edizione della kermesse romana porta in scena artisti da tutto il mondo, con diverse sedi storiche e una new entry d'eccezione: la location sotto il Gianicolo

27 GIU 26
Immagine di Short Theatre 2026, l'Orto Botanico apre le porte al festival delle arti performative
Roma. Sarà l’Orto Botanico la novità di Short theatre 2026, il festival giunto alla XXI edizione in scena dal 3 al 12 settembre. Una location unica, perché sarà l’occasione per vedere performance all’interno di uno dei giardini più belli e misteriosi della città, con piante provenienti da tutto il mondo, come da tutto il mondo arrivano gli artisti del festival. Che non è più fatto di spettacoli brevi: questa era la formula iniziale, ideata da Fabrizio Arcuri nel 2006, come una sorta di cortometraggi teatrali che avevano nella brevità la loro ricchezza. Poi c’è stata una naturale evoluzione, con dilatazione dei tempi e la direzione artistica è passata di mano più volte. Oggi Short theatre si può considerare la seconda manifestazione della città dopo RomaEuropa. “Short oggi è un festival internazionale di arti performative che al suo interno contiene teatro, danza, performance, arti visive e scrittura. E’ un festival che ha la sua forza nella contaminazione e nell’internazionalità, ma anche nel rapporto che sviluppa con i luoghi della città in cui avviene”, sostiene Silvia Bottiroli, curatrice della manifestazione insieme con Michele Di Stefano, Ilenia Caleo e Silvia Calderoni, mentre la direzione generale è di Roberta Zanardo e Michele Angius.
Orto Botanico protagonista, dunque, insieme a uno dei luoghi storici della kermesse, la Pelanda all’ex Mattatoio di Testaccio. Le altre sedi saranno il Teatro India, il Teatro Vittoria, il Cinema Troisi, il Museo della Civiltà e il Macro. “In città, forse anche per la drammaticità della situazione internazionale, c’è una grande voglia delle persone di incontrarsi, partecipare, farsi coinvolgere. Lo abbiamo visto “La tempesta silenziosa”, la lettura con Alessandro Baricco che ha visto coinvolte 15 piazze e 300 luoghi, lo vediamo con il Festival delle letterature, con le arene di cinema dal centro alle periferie e lo vedremo anche con Short Theatre, che è un tassello importante della vocazione culturale internazionale della città che vorremmo”, afferma l’assessore alla cultura del Campidoglio, Massimiliano Smeriglio, a margine della conferenza stampa di presentazione, ieri al Macro in Via Nizza. E in città il panorama culturale si è arricchito di un nuovo organismo, la Fondazione Mattatoio, che ha preso l’eredità della gestione dell’ex Mattatoio a Testaccio. “Abbiamo quattro padiglioni aperti, ma ne stiamo ristrutturando altri, che presto saranno attivi. Abbiamo appena ospitato il Festival della resistenza e saremo sempre di più al centro della vita culturale capitolina”, fa notare Manuela Veronelli, presidente della neonata fondazione.
Ma torniamo allo Short theatre. “Anche quest’anno non c’è tema né titolo, perché non vogliamo dare nessun orientamento agli artisti, né mettere confini, lasciando loro totale autonomia di espressione. Ma la caratteristica del festival è proprio questa libertà, insieme alle collaborazioni tra gli artisti. Molte opere sono frutto di un lavoro comune, perché il festival è luogo di incontro, di contaminazione e di scambio”, osserva Silvia Bottiroli. Sarà un caso, ma quest’anno diversi artisti vengono dall’Africa. Come Muna Mussie, artista eritrea che vive a Bologna, che presenta Cinema Impero, opera che prende il nome dall’omonimo cinema situato nel centro di Asmara, costruito nel 1937 durante il regime fascista, e attraversa gli archivi coloniali facendo dialogare le immagini dell’istituto Luce a quelle contemporanee. Da segnalare anche la coreografa franco-camerunense Betty Tchomanga e la performer di origini ruandesi Dorothee Munyaneza. Ma anche lo spagnolo Alberto Cortès, Chiara Bersani e Vanasay Khamphommala. Per il programma completo vi rimandiamo al web (www.shorttheatre.org). La forma festival dunque ha ancora un senso? “Assolutamente sì, perché solo all’interno dei festival si può rischiare di presentare artisti alla prima esperienza. Inoltre sono uno spazio di grande intensità, incontro e ricerca. Ma è diventato obsoleto il sistema di sostegno economico, come il Fus, tra l’altro diventato ormai irrisorio. Bisogna trovare nuove forme pubbliche di sostegno alla cultura. In questi anni alcuni festival sono stati costretti a chiudere i battenti”, dicono dallo Short theatre. Non è questo il caso, per fortuna. Appuntamento al 3 settembre.