LA VERA GUERRA MONDIALE

Apoche ore dalla eliminazione di Qassem Suleimani, il “mastermind” militare iraniano, gran burattinaio di una rete terroristica estesa tra Palestina, Libano, Siria e Iraq, Chris Krebs, direttore della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency statunitense, esorta le principali aziende e i dipartimenti governativi ad alzare il livello di guardia: “Quella che all’inizio può apparire una piccola breccia, un solo account compromesso, può trasformarsi in un collasso di tutta la rete”. Che cosa succederebbe se l’energia, i treni, la Borsa venissero fermati nel medesimo istante? In un mondo dove il cammino impetuoso della tecnologia cambia il modo di comunicare, muoversi, mangiare, curarsi e procreare, la guerra non è più la stessa. Ai domini tradizionali di terra, mare e aria, si aggiungono spazio e cyberspazio, con gli Usa che per la prima volta nella storia rischiano di perdere il primato tecnologico. Già un anno fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu metteva in guardia dai rischi di cyberwar: “Le infrastrutture del paese vengono attaccate ogni giorno dagli hacker iraniani. Monitoriamo queste incursioni e le respingiamo”. Non a caso, in questi anni il generale ucciso dai droni del Pentagono a Bagdad ha arruolato numerosi pirati informatici tra le sue forze.
Oggigiorno per mettere in crisi un esercito è sufficiente un virus informatico, con il ribaltamento di uno dei tradizionali assiomi dei conflitti convenzionali, secondo cui il vantaggio è di chi si difende. Nel perimetro del virtuale la condizione favorevole è quella dell’offensore che può colpire ovunque senza essere notato immediatamente. Gli scenari della cosiddetta “hyperwar” sembrano avveniristici, e invece riguardano il mondo contemporaneo dove la deterrenza convenzionale è sempre più problematica: se sferrare un attacco diventa un’opzione più economica e semplice rispetto al difendersi, il rischio di escalation è dietro l’angolo. Non a caso Michael C. Horowitz, politologo di fama internazionale e professore all’Università della Pennsylvania, ha paragonato l’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi, IA), destinata a rivoluzionare le modalità e gli strumenti della guerra cibernetica, all’invenzione del motore a combustione interna o dell’elettricità: “L’IA è un facilitatore, una tecnologia a scopo generale che si presta a una moltitudine di applicazioni, una scoperta più dirompente di missili, sottomarini o carri armati”.
Nel 2012 il segretario alla Difesa americano Leon Panetta rivela come gli Stati uniti possano subire una “cyber Pearl Harbor” e il Wall Street Journal parla di una serie di attacchi alla sede della Borsa. Tra i target colpiti ci sono le principali banche: Bank of America corp., JPMorgan Chase&co. e Citigroup. Nel 2014 un virus compromette il sistema informatico del Sands Casino di Las Vegas: si tratterebbe di un’operazione iraniana volta a danneggiare il proprietario, Sheldon Adelson, sostenitore di Israele, sponsor e amico del premier Netanyahu. Per la National Agency il mandante dell’attacco pirata ha un nome: Iran. Si comprende l’allarme di fronte al rischio di “rappresaglia” cyber all’indomani della morte di Suleimani: i nemici nella guerra contemporanea non si vedono ma colpiscono da dietro lo schermo di un computer, asserragliati nella trincea digitale. A intuirlo in anticipo è Ehud Barak, il soldato più decorato della storia di Israele e testa matematica, tra i primi capi della Difesa a enfatizzare la necessità di concentrare il budget bellico sul fronte digitale: “Il nostro sistema è troppo difensivo, non possiamo solo aspettare”.
Usa e Cina, i due protagonisti della sfida del XXI secolo, non si combattono con truppe schierate su un campo di battaglia ma a colpi di dazi commerciali e tecnologia. La guerra cyber e quella elettronica, fondate sull’applicazione militare dell’IA e dell’Internet delle cose, aumentano il tasso di volatilità e imprevedibilità per la sicurezza internazionale. Nel mondo attuale rischi, minacce e opportunità si stagliano su un fronte apparentemente infinito, il cyberspazio.
Nel suo libro “Assedio all’Occidente” (La nave di Teseo, 2019), Maurizio Molinari parla di una “seconda guerra fredda” senza una data di inizio ma in pieno svolgimento sulla scia delle ferite della globalizzazione: “A esserne protagoniste sono dittature e autarchie che cingono d’assedio le democrazie dell’Occidente, adoperando ogni arma a disposizione: convenzionale, nucleare, economica, cibernetica. L’intento è indebolirle per obbligarle a ritirarsi dai propri spazi strategici, svuotarle della propria ricchezza, spingerle a separarsi dagli alleati, strappare loro la leadership dell’innovazione digitale”. L’epicentro dello scontro è l’Europa ma il fronte si estende dall’Estremo Oriente al Golfo Persico. E i duelli più duri, secondo il direttore della Stampa, si consumano nel cyberspazio. Per questo Stati Uniti e Cina si contendono la leadership nel campo dell’intelligenza artificiale: dall’esito di questo confronto si determineranno i nuovi equilibri di potenza di metà XXI secolo. L’IA “consente di sviluppare i processi informatici che permettono alle macchine di valutare e apprendere da sole.