Lo scontro per la nuova egemonia

12 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:07 | 13 GEN 20
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Include l’intelligence autonoma, assistita e aumentata; dipende da processori superveloci che permettono di esaminare in tempo reale grandi quantità di dati identificando singole tendenze, genera vittorie a scacchi dei robot sugli esseri umani che preannunciano il passaggio di competenze professionali alle macchine”. Non sorprende dunque che, secondo le stime più accreditate, entro il 2030 l’IA contribuirà alla crescita globale del pianeta per almeno 15,7 trilioni di dollari, ovvero un salto in avanti superiore al 14 per cento rispetto a oggi. Come approfondiremo più avanti, la Cina di Xi Jinping si è data l’obiettivo di “raggiungere gli Usa entro il 2020 e superarli nel 2030 come principale centro di innovazione globale”. A dimostrare che il Dragone fa sul serio ci sono i numeri di questa scommessa: nel 2018, scrive Molinari, “le start-up cinesi hanno ricevuto il 48 per cento dei fondi globali destinati alla ricerca in questo settore, e gli scienziati cinesi hanno richiesto nello stesso periodo 641 brevetti nel settore, ovvero circa il quintuplo dei colleghi americani”.
Non sorprende la cautela del governo di Washington verso il colosso cinese Huawei, considerato un nemico della sicurezza nazionale americana, al punto di bloccare ogni accordo commerciale con le aziende Usa e ogni forma di partecipazione alla realizzazione delle reti 5G sul territorio statunitense. Un allarme confermato dal lavoro di intelligence e, lo scorso 25 dicembre, da un lungo report pubblicato sul Wall Street Journal con un titolo eloquente: “Il sostegno statale ha aiutato ad alimentare l’ascesa globale di Huawei”. Il quotidiano newyorkese evidenzia quattro diversi modi in cui lo stato cinese avrebbe aiutato Huawei nella sua crescita esplosiva: 46 miliardi di dollari di prestiti, linee di credito e altri finanziamenti da istituti di credito statali; 25 miliardi di agevolazioni fiscali; 2 miliardi di sconti sugli acquisti di terreni; 1,6 miliardi in sovvenzioni. I dati sono prelevati da registri pubblici tra cui dichiarazioni aziendali e documenti catastali. La società replica spiegando di non aver mai ricevuto un “trattamento speciale” da parte di Pechino: “Negli ultimi dieci anni il 90 per cento del nostro capitale circolante proviene dalle nostre operazioni commerciali. Ogni azienda tecnologica in Cina ha diritto a sussidi purché soddisfi determinate condizioni”. Al di là dei numeri, lo scontro tra Stati Uniti e Huawei è durissimo, e tocca anche paesi alleati come l’Italia che rischiano di diventare il “cavallo di Troia” di Pechino in Europa. L’ingresso delle aziende cinesi nella rete 5G italiana costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale. Parola del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che, nel rapporto finale dell’indagine conoscitiva sulla sicurezza delle telecomunicazioni, pubblicato lo scorso dicembre, giunge alla conclusione che, oltre a “un innalzamento degli standard di sicurezza idonei per accedere all’implementazione di tali infrastrutture”, sia opportuno valutare la possibilità di “escludere le predette aziende dalla attività di fornitura di tecnologia per le reti 5G”. I legami con il Partito comunista cinese, gli obblighi legali di collaborazione con il governo di Pechino e le accuse di spionaggio industriale sono motivi sufficienti per avvalersi di fornitori europei del calibro di Ericsson e Nokia, come fanno già oggi gli Usa. La sicurezza viene prima del business. Del resto, pure a voler prendere per buona la versione di Huawei che si pretende libera da qualsivoglia direttiva governativa, nessuna azienda cinese può tirarsi indietro se riceve una richiesta di collaborazione dal suo governo, dalle sue forze armate o dai suoi servizi di sicurezza. “The global race for technological superiority. Discover the security implications”, s’intitola così il report curato dall’Istituto per gli Studi di politica internazionale e dalla Brookings Institution, il think tank liberal di Washington. Il compendio di analisi e saggi passa in rassegna i principali aspetti della questione. Partendo da un assunto: la tecnologia è il fattore chiave che guida ogni “shift of power”, trasferimento di potere, a livello internazionale. L’IA, la computazione quantistica, le armi ipersoniche, la robotica, le scienze cognitive e la propaganda sui social network sono le nuove armi di un conflitto destinato a mutare gli equilibri internazionali. “Chi per primo sarà in grado di sfruttare il potenziale di queste innovazioni conquisterà un vantaggio strategico. La tecnologia sarà uno dei principali enabler della sovranità nei cinque domini”, si legge nella introduzione firmata dai presidenti delle due istituzioni, Giampiero Massolo e John Allen. I due esperti evidenziano come nel conflitto cibernetico i confini tra civile e militare tendano a rarefarsi: “Diversi attori privati e pubblici sono impegnati a sviluppare e adottare queste tecnologie. In alcuni paesi, l’innovazione proviene in larga parte dal settore privato e dall’università, di conseguenza c’è la rinnovata urgenza di valutare come gli stati possano trarre vantaggio e sostenere finanziariamente le nuove tecnologie difendendosi, nel contempo, dal rischio di acquisizioni ostili, mitigando la fuga di cervelli e del capitale umano essenziali per guidare la corsa e neutralizzando, nella filiera della tecnologia dell’informazione, i pericoli legati ai prodotti di ultima generazione come le reti 5G”.
Nel conflitto cibernetico la parola “propaganda” torna d’attualità. L’opinione pubblica gioca un ruolo crescente nelle società contemporanee, perciò conquistare il cuore e la testa dei cittadini-elettori è un fattore rilevante, a tale scopo un’attività mirata in Rete e sui social network può orientare l’esito di un’elezione o di un referendum. Un’impresa per la quale è sufficiente un team di hacker dalle armi affilate. Come ha evidenziato il think tank statunitense Rand Corporation, il conflitto asimmetrico si caratterizza per le basse barriere di ingresso: “A differenza delle tecnologie militari tradizionali, lo sviluppo di tecniche basate sull’informazione non richiede risorse finanziarie ingenti né il sostegno di un governo. Gli unici prerequisiti sono adeguate conoscenze informatiche e accesso ai principali network”. Prima di virare sul caso ucraino e sulle presunte pressioni esercitate dal presidente Donald Trump al fine di indagare sul figlio di Joe Biden, il Russiagate si è concentrato per mesi, senza risultati rilevanti, sulle presunte interferenze russe volte a manipolare, attraverso il web, l’opinione pubblica a vantaggio di Trump contro la candidata democratica Hillary Clinton.
Insieme all’IA, l’Internet delle cose sta cambiando il nostro modo di vivere. Già oggi siamo in grado di saldare il conto del ristorante con un clic sul cellulare, ci imbarchiamo su un aereo con un riconoscimento facciale, prepariamo la cena da remoto discorrendo con il frigorifero dopo aver comunicato in dettaglio con il microonde, e possiamo rassettare l’armadio senza mettere piede in casa. Possiamo immaginare solo in minima parte come il progresso della robotica cambierà la vita delle future generazioni. Intanto, in campo bellico, l’impiego di droni sempre più evoluti consente di colpire interi complessi industriali, e l’obiettivo diventa l’accesso al sistema che gestisce le infrastrutture critiche, soprattutto elettriche, dell’avversario: “Se stacchi la luce per un lasso di tempo abbastanza lungo rispedisci al Medioevo qualsiasi paese post-industriale – ha spiegato, sulle colonne del Sole 24 Ore, il presidente di Di.Gi Academy Alessandro Curioni – Unità specializzate sono dedicate a sviluppare malware da iniettare in quei sistemi per azzerarne l’operatività, e talvolta anche i comuni cittadini osservano i bagliori della battaglia come nel caso di Black Energy e Industroyer, i malware che negli anni hanno colpito il sistema di gestione della rete elettrica ucraina, lasciando al buio migliaia di abitazioni”. Nella guerra informatica e cyber le conseguenze di un attacco possono essere tanto disastrose quanto quelle di un bombardamento ma con una differenza: si dispiegano in un lasso di tempo assai più breve e con una pervasività totale. Se il target è costituito da infrastrutture critiche, a difenderle non ci sono soltanto le forze armate tradizionali ma anche schiere di civili incaricati di gestire la sicurezza di aziende come Enel, Eni, Telecom, Terna e Snam. Come se, ai tempi della Prima guerra mondiale, a respingere gli austro-ungarici sul Piave si fossero schierati anche i dipendenti di Fiat e Pirelli guidati dai rispettivi top manager.