I venti del nuovo decennio

5 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:07 | 6 GEN 20
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Se fossimo un mondo migliore sarebbe una classifica di under 40 o addirittura 30, un listone da Vanity Fair americano presentato in una grande serata con tappeto rosso, ma qua tocca accontentarsi: essendo quel paese in cui “l’importante è arrivare a settant’anni con le analisi e la glicemia a posto, e poi la via del successo è tutta in discesa”, come sostiene qualcuno, ecco, già mangiati, una lista non necessariamente glamour di 20 giovanissimi per il 2020. Venti under 50 “da tenere d’occhio” nell’anno nuovo (come si diceva in quelle belle guide nere con filettatura oro degli anni Ottanta di Capital). Nel paese (aridaje) cronicamente scarso di classe dirigente, ecco dunque venti “personalità” che un po’ per scherzo, un po’ sul serio, potrebbero dare un contributo (ma in tanti casi lo stanno già dando). Innovazione, cibo, cinema, arte, diplomazia, pochissima politica, tanta Instagram, donne il più possibile: un po’ di classe dirigente di prima categoria, personaggi a volte celebri a volte poco famosi fuori dalle rispettive bolle. Riserve forse della Repubblica, per ricambi anche futuri, per guardare con un po’ di ottimismo al futuro; ecco il listone, vabbè, buon anno.
Davide Dattoli (1990)
E’ la versione migliorata e corretta del WeWork americano, però made in Brescia. Col suo Talent Garden ha aperto spazi di coworking in tutta Europa (e forse presto anche negli Stati Uniti). Già nominato tra i 30 under 30 globali di massima influenza da Forbes, unisce la modestia manzoniana di un Martinazzoli con la furia futurista siliconvallica di un Mark Zuckerberg. A differenza del suo omologo americano Adam Neumann, fondatore di WeWork, che ha mandato all’aria l’azienda per togliersi un sacco di sfizi, Dattoli non beve, non fuma, mangia pochissimo, pur venendo da una famiglia di ristoratori. Quando non è su qualche aereo (low cost) diretto a inaugurare l’ennesimo “Tag”, come gli ultimi di Roma Ostiense o di Vilnius in Lituania, da bravo bresciano coltiva il basso profilo, e impone ai suoi cari vacanze defatiganti su micidiali colli e montagne. Come Zuckerberg si è regalato, per un compleanno, un viaggio in tutti i 50 stati americani. Ha un impressionante network internazionale di relazioni che va da John Elkann alla politica romana alla Silicon Valley. A ottobre ha coordinato i lavori dell’“Italy/Usa Innovation Forum”, l’evento promosso all’Università di Stanford in occasione della visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E’ ossessionato dalla questione del ricambio generazionale, e della scuola. Sarebbe un bellissimo premier italiano 2020, anche o forse proprio perché non ha l’età.
Imen Boulahrajane (1995)
Influencer riflessiva. Nota soprattutto per il suo nome social, Imen Jane, con cui irrora ogni giorno pillole di economia ai duecentomila followers su Instagram, è l’economista che piace ai millennial anzi alla generazione z, insomma quella di Greta e delle sardine, ma anche al più anziano ministro dell’Economia Gualtieri, che la vorrebbe a lavorare a via Venti Settembre. Lei non ci pensa neanche, dice al Foglio, perché sta per lanciare “una startup”, “un progetto editoriale, infotainment sviluppato solo su piattaforma social”, insomma la prosecuzione del suo Instagram con altri mezzi. Perché lei dal suo account spiega materie micidiali da boomers – la Finanziaria, la Brexit, il deficit e il pil – al popolo che ha abiurato i giornali come orrendi manufatti radioattivi. Sul suo Instagram le chiedono “scusa Imen, mi sai dire cos’è la Corte costituzionale?”, e lei con i suoi spiegoni 2.0 risponde, riposta, decolla. Ma è una star anche offline, dai grattacieli delle startup milanesi alla vecchia assemblea di Confindustria a Roma. Dove posta: “Confindustria, Carbonara e Cottarelli, la mia giornata perfetta”. Tutto è nato da sua sorella, che “non legge i giornali e che si informa sui social”, spiega Imen, e dall’anno scorso, quando per il decennale della crisi Lehman ha cominciato a ricostruire cos’era successo, in storie da quindici secondi che hanno fatto il botto. “Non è che non c’è più voglia di giornalismo, anzi. Vedo molta rassegnazione in giro, ma è come se dicessimo che la gente non si veste più. No, la gente ha sempre bisogno di vestiti, ma nessuno se li cuce più a casa, e dunque sarebbe folle buttarsi oggi nel business delle macchine da cucire. Va cambiato supporto, e approccio”. E per cambiare non intendo che bisogna fare i gattini. Semplicemente va trovato un nuovo format”. Così insieme a un cofounder, Alessandro Tommasi, ex manager di Airbnb, sta per lanciare il suo progetto, ispirato a Ian Bremmer, autore di culto americano, “una persona incredibilmente autorevole che però sa essere anche incredibilmente spigliata. Puoi dire cose interessanti, e non per questo devi far cadere la gente addormentata ai convegni”.
Lorenzo Ortona (1976)
Console generale d’Italia a San Francisco. Già all’Ue e in Israele, è uno dei rappresentanti della “nuova” Farnesina, a suo agio tra i founders più scatenati della Silicon Valley come nei contesti politici più paludati.