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Perché la Corte dei conti boccia il governo sulla sanità pubblica
I numeri sono implacabili: Case della Comunità ferme, infermieri in fuga, concorsi deserti, liste d'attesa opache, finanziamenti in calo. La sanità pubblica non si salva con gli slogan. Si salva con le risorse, con le riforme vere, con il personale valorizzato
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30 APR 26

Foto Ansa
I numeri consegnati ieri dalla Corte dei Conti alle Commissioni bilancio, nel corso dell’audizione sul Documento di finanza pubblica, restituiscono un quadro severo. In sintesi: la sanità pubblica è in sofferenza, e il governo non sta facendo abbastanza. Partiamo dalle Case della Comunità. Su 1.715 strutture programmate, soltanto 66 rispettano tutti i servizi obbligatori, inclusa la presenza di medici e infermieri. Sessantasei. Il 3,8 per cento dell'obiettivo. Non è un ritardo, è un fallimento. E non riguarda solo il Sud: Marche, Toscana, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trento e Bolzano sono indietro anche loro. La riforma promessa è una bella addormentata che nessuno riesce a svegliare.
Sugli Ospedali di Comunità, poi: su 594 programmati, ne sono attivi solo 163. Poco più di un quarto. Poi c’è la fuga degli infermieri. Lombardia: 1.605 dimissioni. Toscana e Veneto: circa 800 ciascuna. Emilia-Romagna e Piemonte: circa 600. E giù fino alla Basilicata, con 16. Numeri che raccontano turni massacranti, stipendi non competitivi, burnout diffuso. E mentre i professionisti scappano, i concorsi per la medicina d'urgenza vanno deserti. Non c’è peggior segnale di un sistema che si svuota.
Sulle liste d'attesa, la Corte fotografa un paradosso. Oltre 57 milioni di prenotazioni nel 2025, ma solo due regioni – Lazio e Basilicata – trasmettono i dati in tempo reale. Tutte le altre, con cadenza mensile. Il governo non sa esattamente cosa succede, o lo sa con mesi di ritardo. Se non sai dove sono i pazienti e quanto aspettano, come puoi governare le liste? E arriviamo ai soldi. La spesa sanitaria 2025 è stata di 2,46 miliardi inferiore alle previsioni. Anche per il 2026 la stima è ribassata di 1,41 miliardi. In apparenza sembra un risparmio, in realtà è un taglio mascherato. Perché il rapporto tra fondo sanitario e Pil, dopo un lieve aumento nel 2026 (6,15 per cento), crollerà al 5,88 per cento nel 2029. La sanità pubblica peserà sempre meno sulla ricchezza nazionale, proprio quando i bisogni aumentano. Non è un incidente, è una scelta politica. E come ogni scelta, ha conseguenze: tagliare i servizi o aumentare le tasse regionali. In ogni caso, a pagare sono i cittadini.
Sui Livelli essenziali di Assistenza, la Calabria è ancora sotto soglia per l'assistenza distrettuale, mentre Bolzano e Sicilia sono insufficienti nella prevenzione. Che è la prima a saltare quando i soldi scarseggiano. E quando salta quella, il conto si paga più avanti, in termini di malattie, ricoveri, sofferenze. Di fronte a questo quadro, il governo non può nascondersi dietro annunci trionfalistici. I numeri della Corte dei Conti sono implacabili: Case della Comunità ferme, infermieri in fuga, concorsi deserti, liste d'attesa opache, finanziamenti in calo. La sanità pubblica non si salva con gli slogan. Si salva con le risorse, con le riforme vere, con il personale valorizzato. Finora, di tutto questo, non c'è traccia. O meglio, c’è poco sul piano operativo e troppo rimasto solo sulla carta. E i cittadini cominciano a capire che la salute rischia sempre più di diventare lusso che non ci possiamo permettere. O che, forse, non si è saputa davvero proteggere.