Scuola
Al diavolo le classifiche •
L’Agenda Onu e le università come dispensatrici di bontà collettiva
Se si vuole scalare la classifica degli atenei, ogni dipartimento deve mostrare come e perché pubblicazioni e corsi confluiscano negli obiettivi dell’Agenda 2030. Nessuno escluso. L'ennesimo compito caricato sulle spalle del sistema universitario
16 GIU 26

Foto Ansa
Giugno, andiamo, è tempo di ranking internazionali. Gli atenei di ogni paese hanno cominciato a intonare peana di vittoria. Perché la classifica delle università è come i concorsi di bellezza: tra categorie e sottocategorie, una fascia da indossare c’è per tutte. In realtà, a nessuno che viva fuori da questo ambiente è mai importato un fico secco dei ranking. L’intuizione popolare è confusa ma lungimirante. Subodora la fuffa nascosta nei bizantini sistemi di punteggio che statistici e altri cervelloni, più o meno in fuga, hanno messo a punto per stilare la hit parade delle università. Uno dei criteri è l’adesione all’Agenda 2030 dell’Onu: 17 punti di programma stabiliti nel 2015, con cui il più alto consesso della diplomazia ha rinverdito la tradizione totalitaria della pianificazione. Göring si limitava a elaborare piani quadriennali per rimettere in piedi l’economia tedesca; Stalin, piani quinquennali per fare della Russia una potenza industriale. L’Onu si è data quindici anni per “trasformare il nostro mondo”. Come se ce ne fosse un altro.
Se vuole scalare la classifica, ogni dipartimento deve mostrare come e perché pubblicazioni e corsi confluiscano negli obiettivi dell’Agenda. Nessuno escluso. Compresi l’obiettivo numero 1, il più dimaiesco e anticristico: abolire la povertà; il 6, buoni servizi igienico-sanitari; il 7, sviluppo di energie non inquinanti; il 9, infrastrutture efficienti; il 14, la vita sott’acqua. Sappiatelo: quando redige il syllabus del corso, anche il professore di filosofia greca deve descrivere il proprio contributo alla protezione degli ecosistemi marini. Un’università toscana ha creato un modulo da tre crediti sulla “sostenibilità” rivolto a tutti gli studenti. Per non sbagliare, un’importante università milanese ha attivato insegnamenti di dodici ore per ciascun punto dell’Agenda.
E’ l’ultima pagina di un diario cominciato tempo fa: è da mo’ che l’università, come la scuola, viene caricata di compiti e missioni estranei alla sua natura. La scuola, oggi, deve insegnare cose – affetti, rispetto, amicizia, sesso – che di solito si imparano a casa o per strada. Intanto le università subiscono gli attacchi, nazionali e internazionali, dei poteri sciocchi che vorrebbero ristrutturare i corsi in un seminario perpetuo di educazione civica globale. A vedersela peggio sono le facoltà cosiddette umanistiche: almeno dalle nostre parti, non hanno avuto il tempo di riprendersi dalla marxistizzazione del secondo dopoguerra che sono state assoldate dal nuovo Impero del Bene, come lo chiamava Philippe Muray. Lo spirito dell’indagine libera, avventurosa e pericolosa sta languendo negli atenei dell’occidente, sostituto da lezioni di bontà collettiva. L’Agenda Onu è il più recente e ambizioso tentativo di dare a questo progetto una copertura planetaria. Le università cenerentole dell’ultimo ranking non disperino: si è riaperta la gara per il titolo di Miss Vita Sott’acqua 2027.