L’ossessione (redditizia) per i ranking universitari e la deriva degli atenei-azienda

C’è tutta un’economia che campa intorno alle università e alle loro reputazioni. Mentre lo spazio per lezioni e ricerca si fa sempre più piccino

18 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 16:59
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Foto di Nathan Dumlao su Unsplash

Nella università in cui insegnavo prima facevo anche il Delegato alla Comunicazione, con le maiuscole, e avevo dovuto studiarmi questa faccenda dei ranking, cioè delle classifiche delle migliori università del mondo, più che altro perché periodicamente arrivavano e-mail di agenzie “internazionali” (ecco una parola da prendere a ceffoni, sempre) che offrivano i loro servigi, in cambio di laute cifre, per far sì che la nostra università scalasse i ranking, onde figurare magari sempre duecentoquarantesima nel mondo, ma cinquantacinquesima in Europa, e quinta in Italia. E poi, a catena, titoli sui giornali e in rete, servizi al telegiornale, e famiglie che anziché iscrivere l’erede all’università sotto casa l’avrebbero iscritto da noi. Noi naturalmente non abbiamo mai cacciato una lira (i trentini sono gente seria), ma ho dovuto imparare a mie spese che c’è tutta un’economia che campa intorno alle università e alle loro reputazioni
“C’è tutta un’economia che campa” attorno alle università è una delle cose di cui mi sono accorto in questo quarto di secolo successivo alla riforma, o meglio alla serie di riforme che – a mio gusto – hanno reso le università un po’ troppo simili ad aziende e un po’ troppo permeabili agli interessi delle aziende: quelle che producono hardware e software, quelle che stampano riviste e libri finanziati dallo stato, quelle che danno consulenza nel campo delle comunicazioni, dell’organizzazione di eventi eccetera. Negli anni, mi è parso che l’arrosto-università (le lezioni, la ricerca) si sia fatto sempre più piccino, e sempre più gigantesco il contorno formato da cose e persone che con l’università non hanno e forse non dovrebbero avere a che fare.
In questo contorno ci sono appunto anche le agenzie – private, e per lo più angloamericane: Times Higher Education, Quacquarelli Symonds eccetera – che stilano i ranking e sulla base di vari parametri decidono che l’università X merita di stare tra le prime dieci del mondo e l’università Y dopo la numero cinquecento. Non lo fanno gratis e non lo fanno disinteressatamente, come dicevo, dal momento che offrono tra l’altro consulenza intorno al modo in cui l’ateneo Y potrebbe migliorare la sua posizione nelle classifiche che esse stesse hanno elaborato: Times Higher Education Consultancy, si legge sul loro sito, “è in grado di offrire una valutazione personalizzata e riservata delle prestazioni della vostra istituzione in relazione ai cinque pilastri e alle specifiche metriche alla base del The World University Rankings (Wur), con un approfondimento dedicato alla più ampia gamma di indicatori bibliometrici che verranno utilizzati in futuro”.
Che in effetti ricorda un po’ le tutele offerte dal Nistitúo de vigilancia para la noche nella Cognizione del dolore di Gadda: vi aiutiamo a proteggervi da noi.
Del resto c’è anche, come ogni vicenda umana, il risvolto comico. Posto che valutare oggettivamente un’università è complicato, sentiamo cosa dice la gente. E così tra i parametri valutati da alcune di queste agenzie (ma forse tutte) c’è quella cosa imponderabile che è la “reputazione”: Reputation ranking, li chiamano appunto. E così ogni tanto capita di ricevere l’e-mail di qualche rettore concepita più o meno così:
Caro Prof. Giunta,
vorremmo chiedere la sua disponibilità a partecipare al “QS Global Academic Survey”, il sondaggio annuale indetto da QS World University Ranking sulla reputazione degli Atenei di tutto il mondo. Il Prof. [omissis] ha segnalato il suo nominativo quale esponente di elevato profilo nei suoi ambiti di interesse scientifico e di ricerca. Se concederà l’autorizzazione alla trasmissione dei suoi dati, nei prossimi mesi potrebbe essere contattato/a via email da QS. Le sue risposte si andranno ad aggiungere a quelle di molti altri colleghi a livello nazionale e internazionale, utilizzate per calcolare gli indicatori di reputazione necessari alla creazione del QS World University Ranking.
Contattato, dovrei parlare bene dell’università da cui proviene questa e-mail: dire che ha grande reputazione, vi si fa ottima didattica, illuminata ricerca. Càpita anzi che all’interno degli atenei stessi i docenti vengano, diciamo così, sensibilizzati affinché a loro volta sensibilizzino colleghi italiani e soprattutto stranieri in questa simpatica colletta reputazionale: “Se avete un amico nell’Ivy League ditegli che parli bene di noi. Ma anche Malta va bene”.
Naturalmente sono cose senza senso, ma ben intonate allo spirito dei tempi, e contro lo spirito dei tempi non si combatte. Comunque sì, le università (e i dipartimenti) che fanno test d’ingresso severissimi sono generalmente migliori di quelle che ammettono tutti. E sì, le università che fanno pagare rette altissime e pagano tantissimo i professori e hanno infiniti fondi per la ricerca sono generalmente migliori di quelle gratuite e (anche per questo) povere in canna. Contattatemi privatamente per altri preziosissimi insight, o per “a bespoke and confidential assessment of your institution”. Soldi in bocca.