Il tormentone ministeriale sulla presunta “maturità” degli studenti

L'esame di stato torna a chiamarsi con il nome precedente. Ma il dubbio rimane: perché gli alunni che lo superano dovrebbero essere pronti per l'età adulta?

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La prima prova scritta al liceo Visconti di Roma (foto LaPresse)

Nei giorni scorsi si sono tenuti gli esami conclusivi delle scuole superiori. Su di essi aleggiava una singolare ossessione o forse solo un tormentone. Tanto per cominciare, quello che nell’ultimo quarto di secolo era diventato un burocratico esame di Stato è tornato a fregiarsi della precedente denominazione di “esame di Maturità”, come ai bei vecchi tempi e come stabilito dal ministero dell’Istruzione, che a sua volta si è ribattezzato “del Merito”. Intanto persino il Pcto, già Alternanza, si tramutava in “Formazione Scuola Lavoro” e finiva tra gli argomenti del colloquio d’esame. Il continuo cambiamento delle nomenclature scolastiche non è certo una peregrina passione dell’ultimo governo, è il sistema dell’istruzione ad andare avanti in questo modo da tempo per fingere qualche segno di vita. Non tutti per esempio sanno che l’Educazione fisica, la materia più dinamica di tutte, da una quindicina d’anni è assurta a rango scientifico, diventando “Scienze motorie”, mentre i comuni bidelli vanno chiamati commessi, altrimenti si offendono pure loro.
Quello dell’esame di maturità non vuole presentarsi come un mero recupero di un nome antico. La “maturazione”, se non proprio la “maturità” (e chissà poi se sono sinonimi), compare ora per la prima volta anche tra i fattori da sottoporre a disamina. Le istruzioni del ministero per la trattazione del colloquio finale comprendono infatti l’indicatore relativo al “Grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio”, che vale fino a cinque punti su venti. Una miseria, se si volesse davvero così giustificare il ritorno alla Maturità. Un dettaglio prezioso, se si cerca in qualche modo di chiarire la questione. Il punteggio medio, per capirci, secondo il descrittore ministeriale va riconosciuto allo studente che “ha raggiunto un limitato grado di maturazione e di autonomia; necessita di guida e di supporto per gestire scelte e responsabilità”.
In fondo è stupefacente. Da un lato abbiamo dei cittadini ormai maggiorenni, tenuti a rispondere della loro condotta in sede civile e penale, dotati del diritto di votare o di candidarsi alle elezioni, in grado di intraprendere un’attività lavorativa o di mettere su famiglia. Eppure dall’altra c’è una commissione scolastica autorizzata a stabilire che essi non sono affatto responsabili e andrebbero guidati nelle loro scelte. Sulla base di che cosa? Di un colloquio di un’oretta vertente su conoscenze e competenze scolastiche? Oppure i commissari possono forse vantare ulteriori specifiche attitudini a stimare il grado di autonomia e responsabilità altrui? E quando le avrebbero maturate, dimostrate e certificate? Il problema non è nuovo, la scuola chiede spesso ai docenti di improvvisarsi esperti in ambiti che travalicano la loro preparazione specialistica, e di occuparsi per esempio di educazione civica o di educazione affettiva o di altro ancora. E quelli, vista la loro irrilevanza sociale su tutto il resto, sotto sotto si sentono pure lusingati.
Si potrebbe obiettare che in questi casi non serva neppure essere docenti e sia sufficiente qualsiasi preparazione professionale o l’esperienza umana maturata da chiunque abbia una certa età, ma allora non si capirebbe perché mai gli studenti d’ora in poi necessitino di una ulteriore vidimazione, anziché essere semplicemente liberati dalla scuola e consegnati alla vita vera, dove ben presto il trascorrere degli anni completerà comunque la loro crescita. In ogni caso, non è dato sapere sulla base di quali indizi proprio un docente, un professore di fisica o di storia, dovrebbe poter determinare l’immaturità o il compiuto sviluppo del giovane capitatogli davanti magari per la prima volta. I professori sono in fondo un tipo di adulti assai anomalo, i meno indicati a suggellare una tale cesura, visto che sono gli unici ad aver scelto di non recidere mai definitivamente i rapporti con la scuola.
Fra l’altro, quest’anno, all’inizio del colloquio i candidati erano anzitutto invitati a presentare se stessi, raccontando il proprio percorso non soltanto scolastico ma umano. Per molti ragazzi è stata una sorta di confessione senza inginocchiatoio, una seduta analitica senza divano, un monologo da alcolisti anonimi, in cui hanno messo a parte dei perfetti estranei degli aspetti più privati della propria vita, come già accade abitualmente in televisione o sui social. La scuola ha allargato ancora un po’ la propria vocazione totalizzante, e molti studenti le hanno strizzato l’occhio docilmente. Per alcuni docenti dev’essere stato proprio questo il momento topico durante il quale saggiare lo stato di maturazione dei candidati.
Per avere un minimo parametro di riferimento bisognava solo allargare la prospettiva. A ben vedere, il nodo dello sviluppo decisivo, del superamento dell’infanzia per passare all’età adulta, era presente senza scampo già in ognuna delle tracce della prima prova scritta, quella di italiano. Forse allora i commissari d’esame dovevano prendere spunto dalle riflessioni degli stessi candidati, e valutarne lo stadio di crescita anche in base alla consapevolezza mostrata nei loro personali elaborati. Le consegne erano piuttosto sfidanti per dei giovani di dubbia maturità, perché pretendevano che si atteggiassero a venerandi saggi in grado di dominare dall’alto gli snodi tra le diverse fasi della vita, se non della storia, e di trarre bilanci finali. In un brano di Mario Calabresi si insinuava che i genitori non facciano bene ad augurarsi che i propri figli siano del tutto liberati dalle fatiche del passato. In un altro, di Wenke Husmann, il genitore moderno, portato a sviluppare il senso critico nei propri bambini fin dalla più tenera età, si chiedeva se fosse possibile rivivere da adulti l’incanto infantile. Nella citazione di Piero Bianucci questa capacità di sorprendersi veniva messa al servizio della ricerca scientifica. Il discorso inaugurale di Saragat alla Costituente spronava solennemente al più maturo civismo sullo sfondo di una “pesante eredità di miserie e di dolori”, che i più giovani dovevano scandagliare dopo averla fatta propria. In un’altra traccia, sulla scia di Frank Furedi, il maturando doveva meditare sugli stucchevoli “adultescenti” e sulla “mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni”. Un quesito sollecitava invece a commentare una prosa minore in cui un Brancati di mezza età meditava sulle proprie ingenti memorie. Mentre l’altra traccia letteraria chiedeva l’analisi di una poesia di Pavese descrivente una specie di sua colossale cotta adolescenziale fuori tempo massimo.