Se "Temptation Island" entra a scuola per spiegare l'amore (e la filosofia)

Enrico Galiano propone di portare il reality in classe per spiegare ai ragazzi l'amore tossico e come evitarlo. L'idea non è una provocazione: è il tentativo di trasformare il trash televisivo in uno strumento educativo. Ma non basta insegnare qualcosa affinché qualcuno la impari

8 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 11:34
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Foto di Feliphe Schiarolli su Unsplash

Ero giusto lì che mi interrogavo su come attuare le nuove linee guida ministeriali riguardo all’insegnamento della filosofia quando, a dissipare ogni mio dubbio, è arrivata la draconiana proposta che un mio più celebre collega, Enrico Galiano, ha affidato alla rivista Il Libraio: bisognerebbe far guardare “Temptation island” nelle scuole. A onore della proposta va sottolineata l’insistenza del suo autore sul fatto che non si tratti di una provocazione antifrastica – del tipo: visto che vogliono toglierci Manzoni, tanto vale propinare a tutti la tv trash – né di un effetto collaterale del caldo insostenibile di questo inizio estate (e parallelamente dell’assenza di aria condizionata nelle scuole). Ciò su cui molti commentatori si sono concentrati è l’aspetto edificante della trovata. Secondo Galiano, infatti, “Temptation island” costituisce una messa in scena dei più squallidi aspetti dell’amore possessivo, della gelosia, degli eccessi inquietanti e delle rivendicazioni assurde, in cui prima o poi qualsiasi relazione tracima se ci si lascia guidare non già dalla ragione ma dall’ormai accettata sovrapposizione fra sentimenti stabili ed emozioni momentanee. Andare a scuola per guardare “Temptation island” sarebbe pertanto uno stratagemma catartico onde insufflare nelle giovani generazioni una distanza dalle pratiche di possesso, intolleranza e controllo rappresentate sullo schermo; per far scaricare loro in modo innocuo quelle stesse pulsioni confuse e sgrammaticate che, nelle infinite “Temptation island” della nostra vita sentimentale, vanno sotto il falso nome di amore.
Considerata tuttavia sotto questo aspetto, la provocazione (pardon) di Galiano non sarebbe in nulla dissimile dalle reiterate esclamazioni che periodicamente puntellano, con alterno successo, l’opinionismo un tanto al chilo. Ogni volta che si presenta una qualsiasi emergenza nazionale – si tratti del riscaldamento globale o della ludopatia, delle mafie o del parafascismo – c’è sempre la gara a chi strilla per primo: “Bisognerebbe farlo guardare a scuola!”, oppure “A scuola ci vorrebbe un’ora di o di quello”. È un approccio deleterio per più ragioni, non ultima l’evenienza che, se davvero dedicassimo un’ora settimanale di lezione a ogni “al lupo, al lupo!”, si uscirebbe da scuola a mezzanotte e le vacanze estive durerebbero sì e no due giorni. Soprattutto, però, un approccio del genere presuppone che il sistema dell’istruzione si chiami così perché dà istruzioni, nel senso pratico e concreto del termine; un po’ come quando facevo le elementari e un giorno veniva a scuola una signorina che ci spiegava di girare al largo dai venditori di droga anche se ce la offrivano gratis, il giorno dopo veniva un tizio a illustrarci come aprire un libretto bancario, e ogni giorno imparavamo una cosa che avremmo potuto benissimo imparare senza andare a scuola. Tralasciando, del resto, ciò che invece non avremmo potuto imparare altrove, ossia il programma scolastico: problema che appare del tutto secondario a chi lancia con disinvoltura l’idea di un’ora di giardinaggio e un’ora di felicità, un’ora di cittadinanza attiva e un’ora di codice della strada, un’ora di meditazione e un’ora, appunto, di “Temptation island”.
Credo invece che il passaggio davvero interessante dell’appello di Galiano risieda in una domanda retorica che, come tale, è stata sottovalutata: “Davvero vogliamo che tutti guardino quelle scene senza che nessuno aiuti a decifrarle?”. Sottintende che il compito della scuola non sia tanto quello di insegnare qualcosa, quanto di fornire strumenti interpretativi; l’istruzione non riguarda il “che” ma il “come”. Nell’idea di Galiano, se la interpreto bene, il piano non è tanto di mostrare col ditino il parapiglia di fustacchioni attorno al falò e ammonire che così non si fa, guai, bensì di guardare la trasmissione per analizzarla, smontarla, mostrarne le falle logiche e intellettive prima ancora di quelle etiche. Resta però da chiedersi se far guardare “Temptation island” a scuola sia lo strumento più efficace per conseguire l’obiettivo. Pur in buona fede, Galiano mi sembra caduto nell’errore tipico di chi crede che basti insegnare qualcosa affinché qualcuno la impari. Invece, come saprà lui stesso per esperienza diretta, un concetto ripetuto mille volte può non entrare mai nella testa di mezza classe, così come un atteggiamento involontario, un ragionamento sottinteso, un’attitudine intellettuale può venire recepita con spiazzante fedeltà anche dagli insospettabili agli ultimi banchi. Ora, la scuola ha già tutte le potenzialità per far fronte a “Temptation island” senza mostrare un minuto di trasmissione: con l’acribia lessicale che dovrebbe impararsi in italiano, con il rigore sperimentale delle scienze dure, con i passaggi logici della filosofia, con la visuale di ampio respiro della storia, con la sensibilità che si affina tramite l’arte e le letterature, eccetera eccetera, un buono studente dovrebbe conseguire la capacità di osservare “Temptation island” per quel che è, cioè non un manuale di educazione sentimentale, bensì una trasmissione comica con protagonisti involontari, una specie di candid camera in bikini. Certo, per ottenere questo risultato bisognerebbe avere la pazienza di studiare e, soprattutto, di eliminare tutte le ore di attività superflue che ingombrano le mattinate e impediscono di far lezione normalmente.
Ma forse Galiano ci ha già pensato, e la sua proposta contiene in realtà un diabolico non detto: per arginare “Temptation island”, l’unica soluzione è davvero di farla diventare parte integrante dei programmi scolastici obbligatori. Allora saremmo sicuri che non la guarderebbe più nessuno.