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La febbre dei soldi

Corrotti e corruttori. Ecco chi sono gli Scrooge antichi e moderni, fino al Qatar gate

Michele Magno

Avari e avidi. La cupidigia ha molte forme. Sull'avidità nel tempo si è scritto: la si è condannata ed elogiata. Dalla Divina Commedia dantesca al crack del mercato finanziario americano

Il desiderio di arricchirsi a ogni costo, la passione degli affari, l’avidità di guadagno, la ricerca del benessere e dei godimenti materiali sono in questa società le passioni più comuni. Si diffondono facilmente in tutte le classi, penetrano fino a quelle che erano state fino allora più estranee ad esse, e arriveranno ben presto a indebolire e degradare la nazione intera se niente le fermerà. 
Alexis de Tocqueville, “L’Antico regime e la Rivoluzione”, 1856 

 

Al di sotto di un certa somma di denaro, notava Roland Barthes, un caso giudiziario è sempre un semplice fatto di cronaca. Perché ci sia uno scandalo è necessario “un equivalente moderno del vecchio tesoro, del baule pieno di gioielli e di zecchini” (Che cos’è uno scandalo, in Miti d’oggi, Einaudi, 1994). Un’osservazione che conferma l’impareggiabile acume critico del semiologo francese. L’affaire Qatar gate, ad esempio, è esploso quando è stato scoperto qualche sacco gonfio di euro.

 

È allora che è andato in scena lo spettacolo dell’indignazione, in cui gli spettatori, nell’ombra della galleria o della platea, più che l’accertamento della verità attendono l’apocalisse dei corrotti (non dei corruttori). Ma contro chi lottano inquirenti, testimoni, accusatori? Solo contro una cricca di lobbisti, affaristi, faccendieri, funzionari, parlamentari dalla condotta equivoca? In realtà, lottano anche contro un nemico invisibile. Un nemico che si deve combattere con le armi del diritto, non con gli appelli moralistici all’onestà. Questo nemico è l’avarizia, il più indomabile dei sette vizi capitali. Conformemente al suo carattere rapace, vanta una molteplicità di sinonimi: avidità, cupidigia, bramosia, ingordigia, fino ad alcune metonimie più specifiche come taccagneria o simonia. Comunque lo si chiami, rinasce incessantemente dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice, l’uccello mitologico degli antichi egizi. In una celebre pagina, Max Weber scrive che “si è trovato e si trova nei camerieri, medici, cocchieri, artisti, cocottes, soldati, banditi, crociati, in coloro che frequentano le bische, nei mendicanti – si può dire: […] in tutte le epoche di tutti i paesi del mondo” (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904-1905).

 

“Radix omnium malorum avaritia”, sentenziava San Paolo. Ma che una religione accomuni o distingua il vizio dal peccato, tutte – dall’induismo al taoismo, dal buddhismo al cristianesimo – concordano nel considerare l’avarizia il più infido dei nostri sette demoni. Nell’ebraismo, assai prima del Sinai e della consegna delle Tavole a Mosè, vi fu Noè con le sette leggi, o “mishpathim”, presentate nei primi undici capitoli del libro della Genesi. Nell’ordine secondo cui li elenca il testo biblico, il primo “mishpat” o peccato è la blasfemia, seguito da idolatria, furto, omicidio, sesso illecito, falsa testimonianza, mangiare carne tagliata da animali vivi. Nel corso del tempo molti rabbini decisero che il più grave di questi peccati era il furto, in quanto dal furto dipendono tutti gli altri. L’adulterio è rubare il marito o la moglie. Bestemmiare è rubare il nome di Dio per motivi abietti. Uccidere è rubare a qualcuno la vita, e così via. Ma il furto, a sua volta, non era altro che una manifestazione del carattere incontinente dell’avarizia. 

 

Nel cristianesimo delle origini, mentre la corruzione di un impero in disfacimento si faceva sempre più opprimente, la massima dell’apostolo di Tarso fu spesso trascritta dai fedeli verticalmente, come un acrostico, a mo’ di vignetta satirica sui costumi dissoluti di Roma:
Radix
Omnium
Malorum
Avaritia

 

Fu questo genere di gioco grafico a definire l’avarizia più di qualunque altro vizio, perché il più sociale e, per estensione, il più politico dei peccati. Più tardi, Aurelio Clemente Prudenzio (348-413) riprese la concezione paolina della guerra santa contro il “regno delle tenebre”, che divenne rapidamente fondamento estetico e principio basilare dell’arte, del pensiero e della teologia occidentali. All’estro fantasioso dell’asceta spagnolo, infatti, si deve un poema allegorico, Psychomachia (“Battaglia dell’anima” ). È il racconto di sette battaglie, una per ogni vizio capitale, e in cui ciascun vizio ha sembianze umane.

 

In estrema sintesi, dopo un massacro cruento di schiavi, quasi a dimostrare la sua assoluta depravazione, Avarizia prova a corrompere un gruppo di sacerdoti dediti al servizio del Signore. All’improvviso appare la Ragione, che li incita a ribellarsi. L’imprevista reazione suscita l’ira di Avarizia, la quale promette che si prenderà con l’inganno ciò che non può conquistare con la forza. Poi, però, cambia atteggiamento e finge una certa nobiltà d’animo. Con la potenza immaginifica dei suoi versi, Prudenzio conferisce all’avarizia un’identità femminile dalla congenita doppiezza. Questa sua rappresentazione divenne assai popolare nel sistema delle credenze religiose medievale, in cui il primato della superbia, tipico peccato feudale, comincia a essere spodestato dalla cupidigia, tipico peccato borghese.

 

In un’economia chiusa, in cui la circolazione della moneta era scarsa, l’interesse usuraio non costituiva ancora un grosso problema. Provvedevano i monasteri a fornire la maggior parte del credito occorrente. Lo diventa quando la ruota della fortuna comincia a girare non solo per cavalieri e nobili, ma anche per i mercanti delle città che fervono di lavoro e di affari. La Chiesa ne è scossa. Papa Innocenzo IV (1195-1254) attribuisce al culto di Mammona (simbolo della ricchezza iniqua) persino il flagello delle campagne abbandonate dai proprietari terrieri, anch’essi attirati da quei guadagni che tradivano sfacciatamente il verbo di Luca evangelista: “Mutuum date, nihil inde sperantes” (Prestate senza sperare nulla in cambio).

 

Per altro verso, la Divina Commedia è un florilegio di invettive contro l’avarizia, descritta come una lupa che “ha natura sì malvagia e ria / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo ’l pasto ha più fame che pria” (Inferno, canto I). Dante, inoltre, colloca gli usurai tra i violenti perché hanno vessato chi aveva bisogno del “maledetto fiore” (il fiorino, la moneta di Firenze) per necessità commerciali oppure familiari. Gli usurai che compaiono nell’Inferno sono anzitutto banchieri facoltosi: i Gianfigliazzi, gli Obriachi, gli Scrovegni. Ma una cosa “erano le esecrazioni dottrinarie, un’altra la realtà effettuale. Nelle omelie la ripulsa dell’usura era totale. Nella pratica, essa era osteggiata con prudenza e moderazione. Era addirittura tollerata, a patto che il tasso d’interesse richiesto non fosse troppo superiore a quello di mercato” (Jacques Le Goff, La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, Laterza, 2013). Una prudenza, una moderazione e una tolleranza consigliate dai nuovi valori e dai nuovi stili di vita che si stavano imponendo nella nascente società mercantile.

 

L’umanista quattrocentesco Poggio Bracciolini se ne fa interprete in un dialogo, De avaritia (1428-1429), che ribalta la condanna dantesca. Infatti, per il futuro Cancelliere fiorentino c’è differenza tra “avaritia” e “aviditas”. Ogni attività verrebbe meno se non ci fosse il desiderio di aumentare la propria ricchezza e il proprio benessere. Ogni città ha bisogno di avari che mobilitino lavoro per aumentare il valore delle merci prodotte. Insomma, l’avarizia non è un vizio ma una virtù. Una lettura dell’avarizia che anticipava il cinquecentesco “secolo dei genovesi”, speculatori abilissimi nel manovrare tutto ciò che era cartaceo. È anche il secolo in cui il mercante protestante, “nutrito di Bibbia e Vecchio Testamento, confondendo i disegni della Provvidenza con la prosperità della sua fortuna, può pregare Dio per il successo negli affari” (J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, 1977). È il secolo, inoltre, in cui grandi pittori fiamminghi come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio coniano nuove immagini dell’avarizia, improntate a un forte realismo.

 

Quasi duecento anni dopo, è Bernard de Mandeville a tessere l’elogio dell’avarizia, colpito dalla prosperità e dalla potenza della Gran Bretagna. Il suo apologo La favola delle api (1705) fu particolarmente apprezzata da Kant, e si può legittimamente sostenere che esso precorre l’utilitarismo. Nel 1776 Adam Smith pubblica l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, che resta una delle analisi più penetranti del funzionamento dell’avarizia in un’economia di mercato. Tant’è che è stata studiata dai fondatori della teoria dei giochi, ossia della scienza delle decisioni strategiche. Con il capolavoro del filosofo scozzese, insomma, prende corpo l’ethos borghese legato al successo del capitalismo industriale e finanziario promosso dalle Rivoluzioni inglesi del Seicento, mentre la Francia abbandonerà l’assolutismo monarchico solo con la Rivoluzione del 1789. 

 

Come osserva la storica Gabriella Airaldi in dotti e avvincenti saggi, è singolare che a Genova, la città dei “signori del denaro”, non esista una maschera che raffiguri l’avaro, come invece esiste a Venezia dove, fin dal Cinquecento, domina quella di Pantalone e “dove, non casualmente, Shakespeare colloca il suo Shylock. Venezia però ha una storia diversa, una storia di mercato e non di finanza” (Essere avari. Storia della febbre del possesso, Marietti, 2021). Eppure è veneziano Carlo Goldoni, autore di un atto unico, “L’avaro” (1756), che rivisita l’omonima commedia di Molière, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1688. Nel 1833 Balzac sceglie la Francia agraria per raccontare la parabola di Eugénie e di suo padre, l’anziano vignaiolo Grandet arricchitosi grazie a un fiuto infallibile per gli affari e a una proverbiale avarizia. Del 1843 è Canto di Natale di Dickens, che narra la surreale esistenza del taccagno banchiere Ebenezer Scrooge.

 

“Roba mia, vientene con me!”, urla il tirchio e imbroglione Mazzarò in una novella di Giovanni Verga del 1880. Nel 1933 Otto Dix, l’artista “osceno e degenerato” inviso ai nazisti, fa dell’avarizia un’orrenda megera. E lo stesso fanno Kurt Weill e Bertolt Brecht con i “Sette peccati capitali dei piccoli borghesi”. Anche Freud si addentra nel labirinto psichico dell’avaro, con un riferimento allo “sterco del demonio” di Lutero.

 

Ma non è facile resistere alla seduzione del denaro, sostiene giustamente Grimaldi. L’hanno cantata i Pink Floyd, Liza Minnelli e molti altri fino ai giorni nostri. Nel Dopoguerra la “way of life” americana affascina un po’ tutti. Nel 1947 esordisce nel mondo del fumetto e del cinema Uncle Scrooge McDuck, ossia Paperon de’ Paperoni. La sua biografia riflette il sogno di ogni emigrante a cui gli States appaiono una felice quanto agognata meta. McDuck, un povero lustrascarpe di origine scozzese (forse la scelta non è casuale), dopo molte peripezie e mille mestieri approda nel favoloso Klondike dei cercatori d’oro. Accumula quindi un’enorme ricchezza che non vuole condividere con nessuno e che lo rende oggetto di continue estorsioni e rapine, costringendolo a una snervante esistenza.

 

Ma il mondo di Paperon de’ Paperoni, ormai lontano, è stato “il preludio di un’altra America che, insieme a molti successi, ha portato con sé anche la storia di Gordon Gekko, il finanziere newyorkese ormai diventato il simbolo dell’avidità senza limiti di cui raccontano due film famosi: Wall Street del 1987 e il sequel del 2010 Wall Street. Il denaro non dorme mai” [Grimaldi]. Dice Gekko: “L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità”. 

 

Ventitré anni dopo questo inno alla “auri sacra fames”, negli Stati Uniti ancora sotto shock per l’attacco alle Torri Gemelle (siamo ai primi di dicembre del 2001), fallisce il colosso texano dell’energia Enron. È l’inizio di una specie di Tangentopoli americana, che travolge la credibilità del mercato finanziario più importante del pianeta. Seguono a ruota i crack di altre grandi imprese europee in Olanda, Francia, Inghilterra.

 

Una tempesta che colpisce anche il nostro paese, che Mario Draghi commenta così: “[come se] il mercato, i risparmi degli italiani, il destino di aziende in settori rilevanti dell’economia nazionale, fossero stati preda dell’arbitrio e delle trame di pochi individui” (“Considerazioni finali”, Assemblea della Banca d’Italia, 31 maggio del 2006). E tuttavia il mercato, come ben sapeva e ben sa Draghi, non si governa coi “pater noster”. Del resto, anche Keynes riteneva che sul conto in banca si potessero sfogare in modo innocuo gli istinti più aggressivi dell’individuo.

 

È lo stesso Keynes che però, partecipando a una conferenza tenutasi a Madrid nel giugno del 1930, concludeva con commovente idealismo la sua lezione “Sulle prospettive economiche per i nostri nipoti” con queste parole: […] Vedo quindi gli uomini liberi tornare ai principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole […]. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile […]. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto”. Purtroppo, non è ancora giunto anche oggi.

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