(Ansa)

Verso la rinascita

Ricostruire dopo il sisma: senza l'uomo la natura diventa matrigna

Guido Castelli

La "questione centro Italia" è centrale per il futuro del paese: la ricostruzione in atto ha aperto una sorta di "laboratorio dell'Appennino centrale" in cui l'emergenza demografica si incrocia con quella climatica

Una “buona ricostruzione” è una misura di adattamento agli eventi estremi indotti dal cambiamento climatico, perché assicura la permanenza dell’uomo nei territori fragili. Se non garantissimo le condizioni per la presenza dell’uomo non avrebbe senso “ricostruire” dopo il terremoto, così come dopo ogni catastrofe. Per quanto riguarda la ricostruzione nel centro Italia, dopo la sequenza sismica del 2016-2017, la presenza dell’uomo è necessaria non solo per ridare vita a luoghi e comunità che hanno fatto la storia artistica e culturale dell’Italia (e dell’Europa), ma per dare sicurezza alle valli e ai litorali.


Dall’Appennino centrale dipendono le garanzie di sicurezza idrogeologica di tutte le vallate, verso la Pianura Padana e verso il mare. Le inondazioni in Emilia-Romagna o nelle città costiere dell’Adriatico sono figlie dolorose di una montagna abbandonata al bosco instabile e incapace di resistere alla forza delle acque. Ci siamo (correttamente) concentrati sull’unica colpa della cementificazione degli alvei dei fiumi: e certamente si tratta di una concausa. Ma il primo problema è proprio l’abbandono del territorio a vantaggio del bosco disomogeneo, sterpaglie prive di radici affondate nel terreno e quindi pronto a levarsi come una intera tovaglia strappata da una mano maldestra.


C’è una “questione centro Italia” che è centrale per il futuro del paese: la ricostruzione in atto – l’area del cratere coinvolge quattro regioni (Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo), 138 comuni, un’area di 8.000 chilometri quadrati, per 28 miliardi di euro di danni – ha aperto una sorta di “laboratorio dell’Appennino centrale” dove l’emergenza demografica (lo spopolamento delle aree interne, acuito dal sisma) si incrocia con quella climatica. Senza il presidio umano la natura diventa matrigna, come avrebbe detto un grande figlio di questo territorio. Tutto l’Appennino è in qualche modo il frutto di una collaborazione millenaria tra uomo e natura. Ho appena scritto un libro (“Mediae Terrae”, Giubilei editore), per raccontare questa esperienza umana, professionale e amministrativa, mia e di migliaia di donne e uomini che stanno lavorando alla trasformazione di queste aree in un Appennino “contemporaneo”, fatto di radici storiche e di uno sguardo innovativo e tecnologico per costruire vita e futuro, in sicurezza. Sulla copertina del libro c’è una immagine che è nota in tutto il mondo: la coloratissima fioritura delle lenticchie nella piana di Castelluccio. Si tratta di una “fotografia” della biodiversità figlia di uomo e natura. Senza il contadino di Castelluccio non ci sarebbero le lenticchie, senza lenticchie non ci sarebbe una fauna che va dalle farfalle ai roditori, senza i roditori non potrebbe restare il volo dell’aquila reale che si ciba di essi. Di questi esempi di biodiversità è pieno il territorio dell’Appennino, centrale e non solo. La “montagna magra”, secondo la definizione di Pasolini, è la spina dorsale dell’Italia e oggi più che mai della difesa contro le fragilità idrogeologiche che il cambiamento climatico sta solo accentuando. La presenza dell’uomo sul territorio appenninico è vitale per preservare la biodiversità, così come la sicurezza dei territori a valle e dei litorali.


Questo nuovo “Centro Italia” ha a che fare anche con l’Europa. Per troppo tempo ci siamo uniformati all’Europa vista da Bruxelles o da Francoforte. Tra Wiesbaden e Francoforte ci sono più o meno gli stessi chilometri che separano Sulmona da Barrea: ma tra le due città tedesche (tutta pianura) c’è un treno veloce che copre la distanza in venti minuti; la distanza tra i due nostri bellissimi borghi abruzzesi (percorso altimetrico da gran premio della montagna) necessita almeno di  un’ora e mezza. Il nostro Centro Italia diventa paradigma di un nuovo centro Europa che inevitabilmente si sposta a sud e a est, rammentando che l’Europa non è quella vista da Utrecht dove risiede l’esegeta del Green Deal, Hans Timmermans – dove non ci sono frane e non ci sono terremoti e nemmeno montagne – ma è quella della montagna immersa nel mare Mediterraneo, hot spot del mutamento climatico in atto. Il Centro Italia – dopo lo shock, le distruzioni e i lutti degli eventi sismici del 2016 e 2017 – può diventare una nuova “Terra di mezzo”, metafora del luogo in cui si svolgono i fatti della vita, le passioni, le storie, dove cresce e si costruisce il futuro. “Terre di mezzo” sono i luoghi del nostro Appennino centrale, con le radici profonde nel passato e i germogli rivolti al domani. Come diceva Tolkien della “sua” Terra di mezzo: “Non è che solamente un vecchio affascinante termine usato per indicare il luogo in cui viviamo. In un differente stato dell’immaginazione”. Noi, invece dell’inglese arcaico “Midgard” preferiamo riproporre il latino: “Mediae Terrae”.

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