L'intervento

Il guaio dell'Italia non è “la fuga dei cervelli”, ma l'incapacità di attrarne di nuovi

Giulia Pastorella

I dati parlano chiaro: per ogni straniero under 34 che sceglie l'Italia come destinazione, nove italiani se ne vanno. L’Italia ha smesso di essere attrattiva sia per quanto riguarda il capitale umano sia per gli investimenti. Nel frattempo, altri paesi giocano la partita con visione e pragmatismo

Ieri il presidente di Istat Francesco Chelli in audizione nella neo-insediata Commissione parlamentare d’inchiesta sulla transizione demografica, guidata dalla mia collega di Azione, la onorevole Elena Bonetti, ci ha ricordato ancora una volta come, a fronte di un numero sempre crescente di giovani italiani che abbandonano il paese, l’Italia non sia stata in grado di attrarre stranieri dall’estero. L'Italia ha registrato in dieci anni un saldo negativo di oltre 87mila giovani laureati (12 mila nel solo 2022) a beneficio, in gran parte, dei nostri vicini europei. I dati fanno impressione: nell’ultimo anno 191 mila cittadini hanno lasciato l'Italia, il numero più alto degli ultimi 25 anni, con un aumento significativo rispetto al 2023. Eppure, questa è solo la spia di una crisi profonda. Infatti, che l’Italia non sappia trattenere i suoi talenti non è necessariamente un problema: le persone sono libere di cercare opportunità altrove in un mercato del lavoro sempre più integrato e globalizzato, lo fanno in tutto il mondo senza che questo crei sconquassi.

 

Il vero tema è che in Italia non ci vuole venire quasi nessuno. E i dati parlano chiaro, per ogni straniero under 34 che sceglie l'Italia come destinazione, 9 italiani se ne vanno. Chi ha ambizioni, progetti, idee, guarda altrove. Magari alla Svizzera oppure alla Spagna, entrambe scelte da circa un giovane europeo su tre. L’Italia non attrae più. Non è un paradosso, né un’iperbole da convegno economico. E' un dato. Freddo, impietoso, verificabile. E dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il futuro demografico, culturale ed economico di questo Paese. Perché la verità è che nessuna crescita, nessun rilancio, nessuna “visione Paese” sarà mai possibile se prima non si affronta il cuore del problema: l’Italia ha smesso di essere attrattiva sia per quanto riguarda il capitale umano che per gli investimenti.

 

Instabilità politica cronica, burocrazia farraginosa, un sistema giudiziario lento e inefficiente, regole fiscali incerte e spesso punitive. E poi welfare e infrastrutture carenti, soprattutto digitali. Un mercato del lavoro rigido e ingessato. Un ambiente ostile per chiunque voglia fare impresa, vedere il proprio talento riconosciuto, oppure – semplicemente – essere stesso. Perché anche sul fronte dei diritti l’Italia è repulsiva, come dimostrano alcune testimonianze raccolte per il mio libro Exit Only, cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga (Laterza, 2021). Penso a Donatella, che mi disse “quando ho lasciato l’Italia non avrei potuto neanche registrare la convivenza con eventuale partner del mio stesso sesso [...] Avere figli sarebbe complicato, dispendioso e probabilmente delegittimato […] Non ho lasciato l’Italia per il mio orientamento sessuale, ma penso che il mio orientamento sessuale sia uno dei motivi per cui non tornerò”.

 

Nel frattempo, altri paesi giocano la partita con visione e pragmatismo. La Francia, dal 2017, porta avanti con costanza la strategia “Choose France”: incentivi fiscali, semplificazioni amministrative, dialogo costante con le imprese. E i risultati si vedono. Non solo nei numeri, ma nella percezione stessa del Paese: oggi la Francia è uno dei luoghi più attrattivi d’Europa ed è considerata tra le prime destinazioni europee per gli investimenti (GAI Index Ambrosetti). Il termometro di questa crisi di attrattività si chiama investimento diretto estero: nel 2023 a fronte di una diminuzione del 4% gli investimenti diretti esteri (Ide) in Europa, l'Italia ha registrato una flessione del 12% (Ey Attractiveness survey 2024). Eppure l’Italia possiede, almeno sulla carta, tutte le carte in regola per essere un hub attrattivo: è la seconda manifattura d’Europa, ha un patrimonio culturale invidiabile, una posizione geografica strategica, talenti in ogni settore. Ma tutto questo non basta, così come non bastano le agevolazioni fiscali per i rimpatri, se il sistema-Paese continua a scoraggiare chi vorrebbe scommetterci. Le forze politiche – di entrambi gli schieramenti – dovrebbero quindi capire che l’obiettivo comune su cui lavorare non dovrebbe essere quello di trattenere i nostri ragazzi e le nostre ragazze che, come sentiamo spesso dire in modo stucchevole “ci sono costati così tanto in istruzione e cure”, ma quello di affrontare le ragioni profonde che rendono il nostro paese inadatto ai giovani che vogliano costruirsi un futuro e una famiglia

 

Giulia Pastorella è parlamentare di Azione

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