
(Unsplash)
le stime
L'Italia non è un paese per famiglie. Il calo di fecondità e le politiche deboli
Gli esperti concordano: la crisi demografica è frutto di incertezza economica, politiche inefficaci e di un cambiamento culturale. Oltre i piani senza strategie dei governi, azioni concrete da compiere. Parlano De Palo, Minello e Saraceno
L’Italia registra il nuovo minimo storico in termini di fecondità. Con 1,18 figli per donna viene superato l'1,19 del 1995, anno nel quale sono nati 526 mila bambini contro i 370 mila del 2024. A segnalare il calo della fecondità sono i dati dell’Istat pubblicati due giorni fa. In discesa anche la natalità, con sei neonati per 1.000 abitanti. “L’Italia non è un paese per famiglie”, dice al Foglio il presidente della Fondazione per la natalità Gianluigi De Palo. “I dati sono incontrovertibili e il prossimo anno saranno peggiori. Stiamo entrando, a livello demografico, in quella che viene definita una trappola demografica: si sta assottigliando il numero dei genitori potenziali”, spiega De Palo, che è anche l'ideatore degli Stati generali della natalità. “Se non vengono messe in campo politiche impattanti, cosa che non è stata fatta negli ultimi anni, si continua a navigare a vista, senza un obiettivo”.
“C’è stato un cambiamento culturale, oltre che una mancanza di incoraggiamento a fare figli”, nota la sociologa Chiara Saraceno commentando i dati sul calo della fecondità. “Questo problema ha una lunga storia e nessuno se ne è mai particolarmente occupato”. Anche la demografa Alessandra Minello riconosce il carattere culturale del fenomeno: "In una dimensione in cui la genitorialità viene vista come conflittuale rispetto a una realizzazione personale è difficile agire con delle politiche". A questo, si somma l'incertezza "dovuta alla situazione geopolitica e all'aspetto economico".
Il trend demografico è in calo da molto prima che si insediasse il governo guidato da Giorgia Meloni, è chiaro. Tuttavia, il presidente De Palo dice: “In Italia c’è una assoluta disattenzione nei confronti delle famiglie. Si pagano le tasse in base al reddito e non in base alla composizione familiare, quindi se hai un figlio vieni discriminato dal punto di vista fiscale". E sulle politiche che il ministero per la famiglia sta portando avanti in questo momento, aggiunge: “Non sarà l'approccio che mette in atto il Piano Roccella a invertire la tendenza, perché le misure che prevede non sono impattanti”. Il piano del governo per la famiglia punta a sostenere la natalità attraverso il potenziamento dei Centri per la famiglia, stanziando 30 milioni di euro per implementarli. Introduce la figura del Family welfare manager per coordinare le politiche di welfare familiare e prevede supporto specifico ai genitori nei primi mille giorni di vita del bambino, a partire dalla gravidanza.
Riguardo ai principali punti previsti da questo piano, Chiara Saraceno sottolinea: "Roccella preme molto sulla creazione di centri famiglia di coordinamento delle varie attività pubbliche e private a sostegno di genitori e bambini. Peccato che, a oggi, solo il 19 per cento dei comuni ha un centro della famiglia". Inoltre, secondo Saraceno, il piano “ha una visione della famiglia molto ristretta”, ovvero pensa solo alle famiglie con bambini piccoli e alla natalità. “Le famiglie anziane non sono prese minimamente in considerazione, il che è paradossale in un paese in cui l’invecchiamento c’è”. Tra gli altri punti critici, secondo la sociologa, c'è la mancanza di agevolazioni per i giovani riguardo l'accesso alle abitazioni e di contratti lavorativi più sicuri, soprattutto per le donne. "L’occupazione femminile è aumentata, ma di pochissimo – sottolinea – e soprattutto non tiene il passo con la tendenza europea”. Dal 2008 al 2024, infatti, l’incremento del tasso di occupazione delle donne è di 6,4 punti. Ma permane, nel complesso, l’ampio divario con l’Europa: il tasso di occupazione femminile in Italia risulta inferiore di 12,6 punti alla media Ue ed è il valore più basso tra i 27 paesi dell’Unione.
Uno dei punti maggiormente criticati della linea Roccella è quello che riguarda la ripartizione della responsabilità tra i genitori. “Nel piano non si parla di parità della responsabilità di cura per i genitori. E’ stata la ministra stessa a non voler trattare questo aspetto – dice Saraceno – perché c’è ancora l’idea che il bambino piccolo sia principalmente responsabilità della madre”. Riguardo alle misure di sostegno per le madri lavoratrici aggiunge: "Si parla di congedo, ma è tutto affidato all’impresa e al welfare aziendale. Il che crea un disagio non indifferente perché gran parte dei lavoratori, e soprattutto di lavoratrici, è impiegato nelle piccole imprese non nelle grandi”. Questo punto critico del Piano viene sottolineato anche dalla demografa Minello, secondo la quale, nell'assoluta difficoltà e inefficienza delle politiche a fronte di un problema radicato, "una delle cose fondamentali da fare, e che non va nella direzione del piano Roccella, è riequilibrare la responsabilità di cura attraverso i congedi paritari".
“Questi piani lasciano il tempo che trovano, anche perché le leggi Finanziarie vengono fatte indipendentemente dai piani. Servono a gratificare qualche commissione di passaggio ma non c’è mai nessun nesso tra quello che viene deciso a livello di programmazione economica e quello che viene programmato nei piani”, aggiunge Saraceno, facendo riferimento anche ai governi precedenti. “Il Family act aveva un minimo di percezione del dinamismo familiare” ma, come chiarisce il presidente della Fondazione per la natalità, De Palo, anche questo "non dava una piena risposta alle problematiche italiane”. Il Family act del governo Draghi prevedeva misure tra cui l'istituzione di un assegno universale per ogni figlio a carico fino all'età adulta, senza limiti per i figli con disabilità, il rafforzamento delle politiche di sostegno per le spese educative e scolastiche, nonché la riforma dei congedi parentali, estendendoli a tutte le categorie professionali e introducendo congedi di paternità obbligatori e strutturali.
Per invertire la rotta “bisogna partire dalle fondamenta: c’è bisogno di fiscalità più equa, misure per la situazione di precarietà del lavoro giovanile, accesso per i giovani alla prima casa con maggiore facilità e la creazione di un’agenzia per la natalità” dice De Palo. “Il problema principale sono le risorse. Non solo la quantità, ma anche il modo in cui vengono utilizzate e parcellizzate”, aggiunge. Secondo Menillo, invece, bisogna agire su diversi fronti perché “non ci sono evidenze del fatto che le politiche pro natalistiche funzionino. Bisogna puntare anche su altre politiche, ad esempio quelle che riguardano il benessere, il lavoro e la sanità, che poi eventualmente portano all’aumento della fecondità”. Come sottolinea anche Chiara Saraceno, "ci sarebbe bisogno di una collaborazione tra i vari ministeri". Se la natalità è il motore di un paese, l'Italia sta viaggiando in riserva, con il rischio che il motore si spenga.