Pugni della Memoria

Le storie dei pugili Johann Trollmann e Hertzko Haft, una vittima e un sopravvissuto ai campi di concentramento. Sport e letteratura per aiutarci, come diceva Primo Levi, a “perdonare sì, dimenticare no”
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27 JAN 20
Ultimo aggiornamento: 03:33 PM
Immagine di Pugni della Memoria

Un'immagine di Johann Trollmann

Una storia malinconica quella di Johann Trollmann, un pugile il cui stile anticipava quello di Muhammad Ali che “volava come una farfalla e pungeva come un’ape”, ma che non potrà vedere quella danza sul ring così simile alla sua, perché ucciso da una bastonata in testa in un campo di concentramento sei anni prima che The greatest venisse al mondo. Trollmann era nato in Bassa Sassonia, nel 1907, da una famiglia di etnia Sinti. Diventato famoso alla fine degli anni ‘20, bello e vincente era un problema da risolvere per gli undici membri della commissione tecnica della federazione pugilistica del Reich: un Sinti può rappresentare le Germania ai Giochi Olimpici di Amsterdam nel 1928? È il miglior talento tedesco, ma, si domandano gli undici: “Che cosa succederebbe se questo ragazzo di vent’anni vincesse ai Giochi? La Germania ha bisogno di un Sinti per trionfare?” La risposta arriva con dieci voti su undici: non si può correre quel rischio, Trollmann resta a casa e il pugile danzante, non può danzare più. La boxe è una cosa seria e, pena la revoca della licenza, Trollmann deve combattere senza potersi muovere dal centro del ring.
Così affronterà Gustav Eder nel luglio del 1933. Immobile subisce colpi tremendi fra le risate, perché si è presentato al combattimento con i capelli tinti di biondo platino e con il corpo ricoperto di borotalco, da ariano. Trollmann finirà al tappeto in una nuvola bianca. Radiato dalla federazione, viene inviato prima sul fronte della Loira e poi su quello Russo. Sopravvive, ma il Fürher decide che il Reich non ha più bisogno dei trentamila Sinti che combattono per il glorioso esercito tedesco. Per loro c’è un altro progetto: Trollmann viene deportato in un campo di concentramento, dove sfidato da un kapò, Emil Cornelius, combatterà il suo ultimo incontro. Trollmann, non riesce a sopportare l’ennesima umiliazione della sua vita: farsi battere così, giusto per allietare gli ospiti del comandante del lager cha fa da arbitro. Cornelius va al tappeto dopo pochi secondi, ma il kapò si prenderà la rivincita una settimana dopo con una bastonata sul cranio sferrata alle spalle del campione. Questa storia la racconta Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, in un romanzo che si intitola: Razza di zingaro (Chiarelettere editore, 2016).
Possano aiutarci, in questa settimana dedicata alla memoria, la letteratura e lo sport, a “perdonare sì, dimenticare no”, come diceva Primo Levi.