Quanta forza di volontà serve ai tennisti per continuare a essere perdenti
Ci siamo appassionati alle piccole imprese di giocatori semi-sconosiuti al Roland Garros. Tutte comparse in attesa di Nadal, Djokovic e Thiem

Perché giocare a tennis se sai che non potrai mai diventare il numero uno?”. Katherine McEnroe, per tutta l’infanzia, ha cercato di convincere suo figlio Patrick a lasciar perdere, non era lui il talentuoso della famiglia. “Mamma, non preoccuparti, io sto bene così”. Certo, non era facile credergli. Da una parte c’era lui, con più sconfitte che vittorie contro cui fare i conti, dall’altra suo fratello John, vincitore di 3 Wimbledon e 4 Us Open, in cima al ranking mondiale per 170 settimane. In una vecchia intervista, il peggiore dei due, ha ammesso con grande sincerità: “Sapevo di avere talento e sapevo anche che John ne aveva più di me. Se il mio talento mi avesse portato tra i primi dieci al mondo sarebbe stato stupendo, altrimenti sarei stato ugualmente felice”. Alla fine, anche mamma Katherine si è dovuta mettere l’anima in pace: suo figlio, il minore, era un magnifico perdente, contento di esserlo.
Nessuno si ricorda di chi arriva secondo, diceva Enzo Ferrari. E cosa dire allora dei terzi e dei quarti, di chi supera il primo o il secondo turno di un torneo del Grande Slam e sa che è tutto grasso che cola e che più lontano di così non può arrivare? Il Roland Garros è un carrozzone di 128 partecipanti il cui compito è quello di preparare il terreno per il giorno della finale. A parte tre o quattro nomi, sono tutti destinati a essere comparse, gregari, meteore illuminate per qualche istante da luce riflessa. Quanta ostinazione serve per iscriversi a un torneo sapendo che il massimo a cui puoi ambire è un terzo turno? Lo fanno per soldi, per masochismo, perché l’importante è partecipare o per qualche irragionevole speranza?
Gli esperti dicono che se entri in campo sicuro di perdere, sicuramente perderai. Tutto vero. Ma come può un qualunque avversario di Nadal (Djokovic e Thiem esclusi) cominciare un match sulla terra rossa pensando di portarlo a casa? Mercoledì scorso, durante il secondo turno del Roland Garros Mackenzie McDonald, la vittima di giornata della testa di serie numero due del tabellone, invece di scaldarsi in santa pace, davanti a uno stadio vuoto, si è sentito rimbombare nelle orecchie tutto l’albo d’oro di Nadal dal 2005 ai giorni nostri: “Ecco a voi Rafa Nadal, vincitore del Roland Garros del 2005, 2006, 2007, 2008” e così via fino al 2019 con tre minime e insignificanti interruzioni.
Lui, al contrario, non aveva niente da mettere sul piatto per bilanciare. Ed è vero che gli anni passano, l’umidità non aiuta, la pallina è rotonda e in campo può succedere di tutto (ne siamo sicuri?); ma dopo tutto quello che il tennista statunitense è stato costretto ad ascoltare, a quelli che lo guardavano è sembrato lecito domandarsi dove abbia trovato il coraggio di continuare a caricarsi a ogni punto, pochi in realtà, prima di perdere 6-1 6-0 6-3. Secondo Lo Slalom, newsletter sportiva quotidiana curata da Angelo Carotenuto, ci sono 14 imbucati quest’anno al Roland Garros, sette uomini e sette donne, che “sono arrivati dove mai avrebbero pensato di ritrovarsi”. Daniel Altamaier, Pedro Martinez, Hugo Gaston, Daniel Elahi Galan, Marco Cecchinato, Kevin Anderson.
L’ostinazione paga, certo, ma fino a un certo punto del tabellone, poi capita di incontrare Novak Djokovic o Rafa Nadal e l’esperienza al Roland Garros finisce con una sconfitta, che è davvero l’ultima parola su un torneo che non importa quanto sia stato dignitoso fino a quel momento. Dopo i Fab Four, comincia la terra di tutti gli altri, e non si sa se chiamarli migliori tra i peggiori o peggiori tra i migliori. Il risultato è sempre lo stesso: magnifici perdenti. Nessuno lo spiega meglio di Maria Sharapova nel suo libro Inarrestabile: “Forse non ero molto intelligente. Forse nello sport bisogna essere tanto stupidi da credere che resti sempre un’opportunità”. Per continuare a vincere bisogna essere ossessivi, maniacali, un unico pensiero fisso, una forza di volontà immensa. Ma ce ne vuole ancora di più per continuare a perdere.