Tutte le volte che Federer era finito

Da anni dopo ogni sua sconfitta e infortunio siamo pronti a giurare che la carriera del tennista svizzero è arrivata al capolinea. Lui se ne frega, continua a divertirsi, e prepara l’ennesimo ritorno
2 GEN 21
Ultimo aggiornamento: 09:03
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Foto LaPresse

"Non vedremo mai più il Roger Federer di una volta”. Così scriveva Simon Barnes sul Times il 27 giugno del 2013. Il giorno prima era stato costretto ad assistere all’eliminazione del campione in carica, sconfitto al secondo turno da Sergiy Stakhovsky, il numero cento e qualcosa del ranking mondiale. Non succedeva da nove anni, ovvero da trentasei edizioni del Grande Slam, che lo svizzero venisse eliminato prima dei quarti di finale.
Basta una sconfitta a fare tabula rasa del passato: sette volte Wimbledon, diciassette Slam, settantasette titoli conquistati fino a quel momento smettono di significare qualcosa. L’albo d’oro non scende in campo al posto tuo, ma ti obbliga a guardarti allo specchio, a fare i conti con il giocatore che sei stato, confrontarlo con la brutta copia che stai diventando. Il giudizio nei confronti dell’ex numero uno al mondo è unanime, affrettato e fa un male cane: non è ancora finita, ma fate attenzione perché sta finendo. Superati i trent’anni le sconfitte non sono mai sconfitte e basta, ma campanelli d’allarme, rappresentano piccoli terremoti, avvicinano di un passo il baratro, il sipario, l’ultima stretta di mano, la parola ex che compare davanti al proprio nome, il momento in cui sarebbe conveniente, elegante e rispettoso nei propri confronti ammettere la resa, dichiarare che lo spettacolo è terminato, game over, finito per sempre.
Due mesi dopo, durante gli Us Open, viene scagliata un’altra pietra. “È evidente che Roger Federer si trovi davanti alla fase finale della sua carriera”, sentenzia Chris Evert commentando la sconfitta del tennista agli ottavi di finale contro Tommy Robredo. “Adesso basta, Roger mio, basta, fermati, ti prego”, lo supplica Gianni Clerici che non vuole assistere allo strazio e all’ostinazione di una leggenda che sembra non accettare che il proprio tempo sia scaduto. Federer in quel momento ha trentadue anni e quando gli chiedono se gli capita mai di pensare al ritiro lui risponde secco di averci già pensato. “E quindi cosa hai deciso di fare?”. “E quindi ho deciso che continuo a giocare”.
Quattro anni e zero titoli, “una piccola eternità”, come scrive il giornalista svizzero Renè Stauffer nel suo libro Roger Federer. La biografia definitiva (Sperling&Kupfer). Nel 2014 lo svizzero cambia racchetta e allenatore, sceglie di affidarsi all’esperienza di Stefan Edberg che lo aiuta a inventare un nuovo colpo, la Sabr, ovvero Sneak Attack by Roger, cioè attacco a sorpresa di Roger, definito dal New York Times “una mezza volée da kamikaze”. Dal punto di vista dei risultati, che nel tennis professionistico sono la cosa più importante, non raccoglie che le briciole, ai Championships perde due finali consecutive contro Novak Djokovic, il nuovo re: “Adesso basta Roger mio, ti prego fermati”.
Come ci si rassegna al declino, al passo indietro durante le premiazioni, agli applausi obbligati nei confronti del vincitore, all’onore delle armi che ti viene concesso, “bravo comunque”, “grazie tante”? Nel 2009, dopo aver perso in finale agli Australian Open contro Rafa Nadal, dopo cinque set, quattro ore e ventitré minuti di partita, Federer non era riuscito a trattenere le lacrime. “It’s killing me”, ammise durante il discorso di premiazione, quella sconfitta lo stava uccidendo. In quel momento aveva ventotto anni, aveva giocato un match perfetto e non era bastato, stava cadendo, ma si sarebbe rialzato. Sette anni dopo anche il fisico, macchina perfetta fino ad allora, lo abbandona. Nei primi mesi della stagione, la numero diciotto da professionista, si rompe il menisco sinistro. Dopo il ginocchio, la schiena, poi di nuovo il ginocchio. Per la prima volta nella sua carriera, dopo sessantacinque apparizioni consecutive nei tornei del Grande Slam, è costretto a rinunciare a giocare il Roland Garros. È l’inizio della fine, i titoli a tal proposito si sprecano, prima di dare forfait a Parigi agli Internazionali d’Italia, aveva perso al terzo turno contro Dominic Thiem, una sconfitta che non gli aveva fatto male come le altre. Il suo obiettivo quel giorno, dirà in seguito, non era vincere, sperava solo di uscire dal campo indenne, senza sentire troppo dolore. Dopo l’uscita in scena dello svizzero, Nadal come al solito razionale, fa notare l’inevitabile: “Guardate che non siamo eterni”. Federer non partecipa nemmeno agli Us Open; “Se vuole tornare a essere competitivo”, assicurano dallo staff, “deve prendersi una pausa più lunga e rinunciare a metà della stagione”. Per la prima volta nel nuovo millennio il pubblico sperimenta il tennis senza Federer, uno spettacolo che piace a pochi; i giovani sono troppo giovani, tutti gli altri troppo vecchi, inutilmente logorati dai cannibali, Nadal e Djokovic, che senza lo svizzero dall’altra parte della rete, perdono qualcosa. Eppure lo show deve continuare, e i fan saranno costretti a farsene una ragione.
La fine del 2016 appare l’anteprima di ciò che è imminente. “Non siamo eterni”. Roger Federer è vecchio, si è rotto, è stato ricucito: basterà? Le domande che lo riguardano sono sempre le stesse e sono tutte lecite: tornerà? Sì, ma come? Saremo costretti a vederlo zoppicante, lento, immobile? Può ancora vincere? A trentasei anni e dopo tutta quella gloria non sarebbe meglio, non sarebbe più dignitoso, dire addio?
Dopo centosettanta giorni senza tennis, più di mille giorni senza uno straccio di Slam e una clessidra che non si ferma, agli occhi di chi lo guarda scendere in campo, Roger Federer appare come un sopravvissuto, revenant: sguardo scavato, pieno di rughe, pallido, contratto, nessuno lo aveva mai visto sudare, adesso suda, “un’immagine sfocata e un bianco e nero di un vecchio televisore mal sintonizzato”, scrivono sul Daily Mail. Sarà straziante, vergognoso, una rockstar che non tiene più il tempo, a cui all’improvviso manca la voce, farà venire voglia di spegnere il televisore, di abbandonare il campo, di implorargli il ritiro. Meglio la nostalgia della pietà. Sono questi i pensieri che inaugurano gli Australian Open del 2017. Federer, pochi giorni prima, ospite all’Academy di Rafa Nadal a Maiorca, si era limitato a dire: “Sapevo già che la vita è bella anche senza tennis, ma ho la sensazione di avere ancora qualcosa da dire in questo sport”. Aveva ragione lui, come dimostra a Melbourne dove, da testa di serie numero diciassette, sconfigge uno a uno vecchi e nuovi campioni: Nishikori, Berdych, Wawrinka e poi, in finale, Nadal, dopo quasi cinque anni di niente e al termine di una delle partite più belle della storia di questo sport. “Avrei accettato anche il pareggio”, dirà lo svizzero alla fine della partita. E poi: “Spero di rivedervi il prossimo anno. E se non dovesse succedere è stato tutto meraviglioso e non potrei essere più felice di così”. Federer vince ancora, nello stesso anno, a Wimbledon, il diciannovesimo titolo della carriera. Per gli amanti dei cerchi che si chiudono e di poco altro, con la clessidra sempre in mano a fare il conto alla rovescia, quello era il momento migliore per dire addio. Come se, dal 2017 in poi, ogni occasione fosse quella buona per ritirarsi. Come scrive Matteo Codignola nel suo Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi) raccontando la carriera di Ken Rosewall, l’australiano numero uno al mondo negli anni Settanta, “Quando da un certo punto in avanti le domande erano tutte diventate perifrasi di una sola, ‘non pensi sia arrivato il momento di smettere?’, Kenny stupiva i cronisti con un’espressione attonita, o forse con un’espressione e basta”. La verità era che giocare a tennis gli piaceva ancora, e tutto sommato riusciva ancora a togliersi delle soddisfazioni.
Alla domanda “Perché continuare?” Federer risponde con un’altra domanda, opposta. “Tutto sommato, perché smettere?”. Una ricerca fatta dalla Federazione di tennis australiana dimostra che negli ultimi quattro anni la velocità media della sua risposta al servizio è migliorata, così come la percentuale di punti conquistati con il rovescio, il suo colpo meno sicuro. È, ancora oggi, il numero cinque del mondo, non un vecchio mostro sacro che si trascina nel circuito per mancanza di alternative. Proprio per questo, perché smettere?
L’undici dicembre scorso lo svizzero ha postato su Twitter un video della Atp, commentando: “Sono eccitato per quello che accadrà”. Pochi giorni dopo il suo manager ha annunciato che non giocherà gli Australian Open, ridando voce a ormai vecchie insinuazioni sui sipari, la fine che si avvicina, che forse è già arrivata, i quarant’anni come sentenza definitiva, la brutta ombra di un grande nome, quella domanda, che oltre a essere noiosa è anche una coltellata da ricevere, anche dopo sette anni: insomma non pensi che sia il caso di smettere, soprattutto dopo due interventi allo stesso ginocchio?
Billie Jean King un giorno ha detto che uno dei suoi più grandi rimpianti è stato quello di avere smesso troppo presto (aveva quarant’anni). Secondo l’ex numero uno al mondo ogni giocatore dovrebbe aspirare ad avere una carriera soddisfacente, fatta di alti e di bassi, come accade nella vita reale. Non è obbligatorio ritirarsi da numeri uno, dopo un trofeo alzato al cielo. Soprattutto non c’è nessuno che abbia il diritto di dire a un campione che è arrivato il momento di smettere, nemmeno se pensa di farlo per il suo bene, perché non lo fa mai per il suo bene. Solo chi sta in campo conosce ciò a cui sarà costretto a rinunciare quando gli toccherà uscire per sempre. E così bisognerebbe aspettare il ritorno di Federer senza allusioni, domande in sospeso, giudizi sommari, senza paura del giocatore che si presenterà a Wimbledon nel 2021. Il suo obiettivo continua a essere quello di vincere le Olimpiadi di Tokyo, bisognerebbe dargli un’opportunità. Sul campo centrale dell’All England Club continua a esserci il suo nome sul tabellone che mostra il risultato della finale del 2019, vinta da Novak Djokovic 13 a 12 nel quinto set. Il tabellone non indica i due match point che ha avuto lo svizzero. Li ha persi, ci sono stati, non è finita.