Tadej Pogacar durante la 5a tappa del Tour de France 2025, quella che percorreva parte del pavé della Parigi-Roubaix (foto Getty Images)

lo sbarco sulle pietre

Il ciclismo cubista di Tadej Pogacar arriverà alla Parigi-Roubaix

Giovanni Battistuzzi

Domenica 13 aprile il campione del mondo correrà la Parigi-Roubaix nonostante la squadra non fosse d'accordo. Una scelta che sfugge alla logica, ma animata dalla stessa passione che spinse Jean Metzinger a Roubaix

Quel giorno, il 7 aprile del 1912, al velodromo di Roubaix Jean Metzinger c’era finito per amore e testardaggine. Aveva sentito parlare di quella corsa che costringeva i corridori velocipedisti a pedalare su blocchi di pietra scomodi come certi bordelli da quattro soldi di Parigi. Tutti quelli che conosceva gli avevano detto di stare lontano da quella landa di freddo e miseria che era Roubaix. Non aveva dato retta a nessuno.

 

E sì che di biciclette ne vedeva Jean Metzinger. Al velodromo Buffalo di Parigi ci andava  almeno due o tre volte a settimana. Lì si intratteneva con corridori e amici, beveva armagnac seduto a un tavolino del bar con la tovaglia bianca, mentre osservava le corse. Al velodromo di Roubaix non c’erano tavolini. Solo gradoni di cemento, qualche panca in legno e un chiosco che serviva solo birra. Si accontentò. 

 

Al velodromo di Roubaix, Jean Metzinger ci era arrivato su un biroccio trainato da due cavalli perché gli organizzatori non permettevano alle automobili di passare sul percorso di gara e lui voleva vedere dove sarebbero passati i corridori. Quella corsa, a Parigi, la descrivevano come una follia. E una follia lo era davvero, constatò Metzinger. La stessa che colpì la folla che si era ammassata attorno al velodromo all’ingresso del primo corridore nella pista. Quel corridore era Charles Crupelandt di Roubaix, un loro concittadino. Non era mai successo.

 

Jean Metzinger raccontò all’amico Guillaume Apollinaire la festa di quella sera. Provò a spiegargli la straordinarietà di quei momenti, di quella corsa unica, assurda, affascinante “alla maniera di certe ballerine”. Jean Metzinger ci mise mesi a dipingere Charles Crupelandt e il velodromo di Roubaix. Il risultato non lo soddisfò. Rimase per anni nel suo atelier nascosto. Quando Charles Crupelandt vide quel quadro non si riconobbe. Impossibile riconoscersi in quelle linea cubiste che facevano intravedere appena la fisionomia di un ciclista. 

 

Si sarebbe riconosciuto in quel quadro Tadej Pogacar. Perché Tadej Pogacar è formato di quelle stesse linee, di quello stesso stile. Perché non c’è corridore più cubista del campione sloveno: una raffigurazione scomposta di ciclista, un’altra concezione di tempo e di spazio. Soprattutto è animato della stessa passione che spinse Jean Metzinger a Roubaix – e in biroccio – per vedere l’arrivo di una corsa di biciclette. Lui, Tadej Pogacar, non la vedrà la Parigi-Roubaix. La correrà. E questo nonostante il disappunto della sua squadra. Lo ha ufficializzato oggi.

 

Non c’è logica in questa scelta. Solo rischi. Quello di fare brutta figura, di cadere, di mandare a quel paese una stagione intera. Se ne frega di tutto questo Tadej Pogacar. Domenica 13 aprile correrà la Parigi-Roubaix perché non è riuscito a resistere al richiamo delle pietre, alla sua curiosità d’esplorazione dei limiti del ciclismo. Non è riuscito a resistere all’idea di essere per davvero un corridore buono per ogni corsa e riportare questo sport all’epoca nella quale i campioni volevano vincere tutte le corse. Solo Rik van Looy, Eddy Merckx e Roger de Vlaeminck sono riusciti a vincere tutte e cinque le Classiche monumento del ciclismo (ossia le corse in linea più importanti: Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia). Dal 1979 nessuno c’è più riuscito. Tadej Pogacar vuole essere il prossimo. E il prima possibile. Fiandre, Liegi e Lombardia le ha già vinte, la Sanremo non ancora, ma c’ha provato. Ora tocca alla Roubaix.