
(foto Ap)
Il foglio sportivo
Nessuno sfrutta il potere dello sport meglio dell'America
Il Global sport soft power index premia gli Stati Uniti che avranno i Mondiali. Anche l’Italia ha una grande occasione
Il mondo cambia velocemente, rivede i suoi equilibri. E lo sport lo precede, tanto avanti da essere usato, diventare strumento: gli stati ne comprendono il valore globale e la penetrazione geopolitica e si attrezzano per sfruttarlo, guadagnare potere e visibilità. Si chiama soft power, termine coniato negli anni Novanta dallo scienziato politico americano Joseph Nye: indica la capacità di creazione del consenso attraverso la persuasione; un’alternativa al potere coercitivo per migliorare l’immagine internazionale di un paese, che ha diversi modi per essere esercitato, ma che trova nello sport la risorsa intangibile perfetta. Quindi, investire nello sport per investire nel proprio potere.
Per capirlo, guardate agli Stati Uniti: si mostrano come stato gigante da decenni anche a chi è distratto, ma sa che alle Olimpiadi sono i migliori, che l’Nba è uno dei più grandi spettacoli del mondo, e che nell’organizzazione dei grandissimi eventi (che non a caso si svolgono lì o lì nascono) si avvicinano all’asticella della perfezione. E quell’immagine regge (se Trump ancora lo permetterà, i dazi potranno diventare un pericolo per l’espansione), restituisce l’idea di una nazione potente che è proprio il senso del soft power. Gli Stati Uniti, infatti, sono al vertice della classifica delle nazioni che più utilizzano lo sport come forma di potere morbido. La novità, intanto, è che ci sia una classifica: il Global sport soft power index, stilato da Skema Publika (un think tank internazionale indipendente con base in Francia), mette in fila cinquantacinque nazioni non senza sorprese.
Sul podio, dopo l’America, ci sono Regno Unito e Francia, che non è proprio un dato scontato perché è la rappresentazione di come, nonostante le nazioni emergenti e la loro grande quantità di denaro, resista ancora un potere consolidato negli anni. Che non sta fermo, perché se negli Stati Uniti “l’industria sportiva nazionale del paese – si legge – rimane la più grande e matura al mondo” grazie alla Nba, alla visibilità dei campioni americani di ogni sport (il national branding è un aspetto tenuto molto in considerazione nella redazione della classifica), al dominio alle Olimpiadi, al Superbowl, a tutte le manifestazioni perfettamente organizzate, all’espandersi della Nike e anche l’influenza del racconto cinematografico, è pure vero che ospitare i prossimi Mondiali, tanto più nel pieno dell’amministrazione Trump e la sua voglia di grandezza, aumenterà l’idea che tutto accada lì.
Si muove anche il Regno Unito, che si gode lo strapotere economico della Premier League sugli altri campionati di calcio, la sede della proprietà del circus della Formula 1, ma è pronto a raddoppiare i suoi sforzi grazie alla recente istituzione del “Soft Power Council”, voluto dal ministro degli Esteri, che ha al suo interno anche esperti di sport; mentre la Francia beneficia dell’organizzazione della Coppa del mondo di rugby del 2023 e delle Olimpiadi del 2024, ma anche della presenza di un codice dello sport che ne riconosce il valore sociale e nella stesura, durante la preparazione degli ultimi due grandi eventi, di una legge che mira a “democratizzare” lo sport e rafforzarne i modelli economici.
La classifica è stata costruita in dodici mesi, da sessanta esperti qualitativamente e geograficamente distribuiti, su cinquantacinque nazioni e partendo da dieci criteri, tra cui le dimensioni dell’industria sportiva, le politiche governative e i successi nello sport. Oltre il podio, vanno segnalate la Cina (quarta), per via del secondo posto alle Olimpiadi, per la “poppizzazione” degli atleti emergenti (la tennista Zheng Qinwen è stata la prima a finire sulla copertina di Vogue) e anche per le massicce sponsorizzazioni (ad esempio, agli Europei di calcio in Germania) delle aziende cinesi, ma anche – tra le nazioni che nel rapporto hanno uno spazio più dettagliato – il Brasile al nono posto, che appare sproporzionato, ma che si giustifica per la reputazione nello sport, vissuto come una manifestazione estrema di gioia, che resiste all’assenza di vittorie al Mondiale dal 2002, ma che ha ancora ambasciatori come Vinicius Junior, e anche per l’aumento degli investimenti del governo di Lula (dopo i rapporti conflittuali tra lo sport e Bolsonaro) che hanno portato a una specie di “ritorno dei cervelli”, come dimostra Neymar al Santos, dopo la parentesi in Arabia Saudita.
Seguire l’organizzazione dei Mondiali (è nota la sensibilità della Fifa al potere geopolitico) aiuta anche a centrare alcuni casi nazionali: se degli Stati Uniti (il prossimo Mondiale) si è detto, l’ascesa del Qatar (il Mondiale 2022), al quindicesimo posto, si lega ai paesi del Golfo Persico che con i fondi sovrani sono entrati nei club mondiali e che in casa propria investono quantità di denaro insostenibili per chiunque altro, alla ricerca di un modello vincente. Come l’Arabia Saudita (sedicesima, che organizzerà la Coppa del mondo nel 2034 ed è in corsa per le Olimpiadi del 2036), che con il Public Investment Fund sta espandendo la sua zona di influenza. Per fare un esempio: a febbraio il fondo ha, ad esempio, investito un miliardo di euro per acquistare una quota di minoranza di Dazn, che è (casualmente?) la cifra con cui Dazn ha acquistato gli invendibili (fino a qualche settimana fa) diritti tv del Mondiale per club, che è (casualmente?) la cifra che Infantino ha messo improvvisamente a disposizione dei club svogliati come montepremi del torneo, per renderlo interessante. Segnalato tra le nazioni in ascesa, ma fuori dalle prime 25, c’è anche il Marocco (coorganizzatore del Mondiale 2030), mentre a sorpresa c’è al settimo posto l’Italia. Che evidentemente ha ancora la possibilità di espandere la sua influenza nello sport grazie ai risultati sportivi degli ultimi anni (l’Europeo, ma anche i trionfi del tennis e le medaglie olimpiche) e con l’occasione di Milano-Cortina 2026. Ma non si applica abbastanza.