Thiago Motta (Ansa)

Il Foglio sportivo – IL RITRATTO DI BONANZA

Quel che resta di Thiago Motta

Alessandro Bonan

L'ex allenatore della Juventus ha scelto l’inespressività come sua cifra di stile non accettando ambasciatori.  In otto mesi ha sperperato l’intera credibilità conquistata a Bologna. La sua parentesi biancoanera è finita così, in un vortice di niente

Thiago Motta è partito per chissà dove, sicuramente deluso dall’esperienza juventina dove sono successe molte cose che non aveva calcolato con saggezza. La più importante, in una grande realtà come la Juventus un allenatore non ha tutta la libertà di manovra che può godere in qualsiasi altra piazza italiana. La Juventus è un pezzo enorme dell’Italia, e quando non arrivano i risultati, il pezzo si muove, come un iceberg che si stacca dal ghiaccio circostante, e comincia a navigare spinto da una corrente che si fa sempre più veloce.

È la corrente dell’opinione pubblica, fatta di tifosi e avversari. Tutti parlano della Juve, tutti dicono qualcosa di più o meno giusto, intelligente. Tutti, insomma, favoriscono la potenza delle acque. Se non sei equilibrato, anche freddo, esperto e quindi smaliziato, ti fai lentamente trasportare verso l’improbabile cascata. Thiago Motta in otto mesi ha sperperato l’intera credibilità conquistata a Bologna, spendendo anche la carta del bel gioco, un asso che pigliatutto solo quando vinci, come direbbe (giustamente) Allegri. No risultati, no bel gioco, no party, anzi si, vattene altrove.

La squadra costruita da Giuntoli, a mio parere è forte, anche se forse non molto forte. Non so cosa sia successo a Douglas Luiz, probabilmente ha una febbre misteriosa, ma quando è stato preso abbiamo gridato tutti al fenomeno. Non so cosa sia successo a Koopmeiners, ma da giocatore universale, espressione del calcio totale olandese che fu, si è trasformato oggi in calciatore senza ruolo, come un bambino rimasto in disparte a carnevale, triste perché senza un costume. Non so cosa sia successo a Vlahovic, ma poi hanno preso Kolo Muani, niente male per essere un surrogato. E poi le partenze misteriose, assecondando Thiago senza apparenti motivi. Come quella di Danilo, il capitano perfetto, uno con cui fare un patto di amicizia a vita. O come quella di Szczesny, altro capitano aggiunto, un signore di sentimenti per come usa le parole, e di complimenti per come si predispone alle parate. 

 

Il fatto è che Thiago ha scelto l’inespressività come sua cifra di stile non accettando ambasciatori. Ha parlato poco e male all’esterno, rendendosi a tratti insopportabile, e poco e male all’interno della squadra, la quale giocava palla avanti e indietro, a destra e a sinistra, senza dare l’impressione di avere nel pensiero almeno un paio di certezze. La società, in questo film finito male, ha recitato il ruolo del fantasma, e infatti: chi l’ha vista? Finisce così, in un vortice di niente, la parentesi Thiago Motta. Che cosa resta del giorno? La solita sensazione che si prova quando un amore parte e razzo e poi si schianta al suolo abbattuto da un semplice piccione. Qualcuno direbbe che è la vita, ma vallo a raccontare a chi si dice juventino. 
 

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