•
Le prime salite del Giro d'Italia, attendendo quelle vere
La prima sopra i mille metri è stata quella di Roccaraso nel 1909. La prima sopra i duemila il Sestrière nel 1911. La prima tra le Dolomiti è stato il Passo Rolle nel 1936. Il Giro d'Italia 2026 dovrà aspettare un po' prima di vedere i corridori salire ad alta quota
di
8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:25 AM

Un'immagine del passaggio dei corridori sul Colle delle Finestre al Giro d'Italia 2025 (foto LaPresse)
La prima salita oltre i mille metri, quella di Roccaraso. Giro d’Italia 1909, martedì 18 maggio, la terza tappa, da Chieti a Napoli, 243 km, la partenza alle sei e mezzo, e quando si comincia a salire, si fa dura. “La strada è erta, tortuosa, terribile – scrive Armando Cougnet sulla Gazzetta dello Sport – Ceccarelli si sente male e vuol prendere la ferrovia. Ma non ha soldi. Gli do venti lire. Voglio sperare che siano poche queste defezioni, altrimenti…”. Non sarà così. “Troviamo l’amico Banfi. Egli ci domanda sorridendo con che treno si parte per Napoli. Poi ci dice di voler ritornare a Chieti, perché la tappa è troppo dura”. Emozioni forti. “Il freddo è pungente. Ci troviamo a 1.287 metri di altitudine”. Finché arriva la discesa. “Non ostante i nostri ripetuti avvisi di prudenza, i corridori si slanciano giù tutti a capofitto e scompaiono. Ci deve essere un santo che li protegge”.
La prima salita oltre i duemila metri, quella di Sestrière. Giro d’Italia 1911, martedì 23 maggio, la quinta tappa, da Mondovì a Torino, 302 km, sul passo transita, primo, il francese Lucien Mazan, meglio conosciuto nel ciclismo come Petit Breton, lo pseudonimo adottato per non farsi riconoscere dai genitori, “calmo, metodico, matematico – secondo Cougnet –, che nulla chiede e niente lascia alla sorte”. In discesa Petit Breton viene raggiunto da Carlo Galetti, che poi vincerà il Giro, ma in volata sarà il francese a prevalere dopo quasi 11 ore e mezzo di corsa alla irresistibile media (allora) di 26,5 km all’ora.
Salite. Ascese e ascensioni. Strappi, zampellotti, muri. Forche e forcelle. Passi, colli, valichi. Montagne e Gran premi della montagna. Regni minerali, vegetali e soprattutto animali: aquile (da Federico Bahamontes a Michele Scarponi), camosci (Vito Taccone), condor (Nairo Quintana) e falchi (Paolo Savoldelli). Regni anche celesti e celestiali: angeli (Charlie Gaul, l’Angelo delle Dolomiti). Uomini (e donne) soli, uno al comando, gli altri comandati a inseguire chi fugge e comunque a seguire e precedere il tempo massimo oltre il quale scatta il ritiro obbligatorio. Regni dove si può volare anche arrancando, anche zigzagando, anche sputando l’anima.
La prima salita dolomitica, quella del Rolle. Giro d’Italia 1936, mercoledì 26 maggio, la sedicesima tappa, da Vittorio Veneto a Merano, 227 km, i tornanti dal versante di San Martino di Castrozza, in cima l’aria sottile dei 2.170 metri di quota. “Bartali – mi disse Giovanni Boffo, che a un campionato italiano dilettanti riuscì a precederlo –, certe volte, andava così forte che sembrava avere una biscia fra pelle e maglia”. “Cominciarono a definirlo il fante – scrisse Guido Vergani sul Corriere della sera –, il ruminatore testardo, il baritono, l’atleta di bronzo, il gallo cedrone”. Qualcuno suggerì: “il gigante delle montagne”. Poi, tutti, concordi: “L’Uomo di ferro”. Poi tutti, per sempre: “L’Intramontabile”.
La prima salita apocalittica, quella del Bondone. Giro d’Italia 1956, venerdì 8 giugno 1956, la ventunesima tappa, da Merano al Bondone, la montagna di Trento, 242 km, la quarta salita della giornata, accorciata per una bufera di neve che cristallizza, gela, congela i corridori. Quando Gaul viene salvato e resuscitato grazie a un bagno caldo in una tinozza forse in una osteria-rifugio. Quando Sandrino Carrea, vittima di una crisi di fame, pur di mettere qualcosa fra i denti mangia un sapone e poi, parlando, fa le bolle. Quando Toni Uliana, gregario di Gastone Nencini, assiste il suo capitano finché quello cade a terra, gli occhi rivoltati, e viene caricato su un’ambulanza, Toni vuole salire anche lui, invece stringe i denti, prega la Madonna, pensa a casa e va al traguardo con le proprie gambe, sesto. Quando Pasqualino Fornara, “il corridore che sorrideva sempre”, la maglia rosa trasformata in un sudario fradicio, cede e crolla a 500 metri dall’arrivo, e il giorno dopo Giulio Cattivelli, sulla “Libertà”, scrive un pezzo intitolato “Ciclisti o fachiri”, senza punto interrogativo.
Le salite sono il senso del ciclismo. Il senso verticale. Perché le salite svelano, rivelano, riflettono, specchiano. Perché le salite celebrano la leggerezza, predicano la fatica, richiedono il sacrificio. Perché anche le salite si arrampicano e scalano. Perché le salite asciugano, scolpiscono. Perché le salite decidono, sentenziano, giudicano.
Il Giro d’Italia 2026 si deciderà, come sempre, sulle salite. Una cinquantina le più significative, il Giau la più alta (2.236 metri), quella di Pila (Gressan) la più lunga (16,5 km), quella di Ca’ del Poggio la più breve (1,1 km), quella di Fermo la più dura (con una rampa, delittuosa, addirittura al 22 per cento). Ne abbiamo scelte sei da raccontare: Blockhaus, Capodarco, Corno alle Scale, Giau, Falzarego e Piancavallo. Perché le salite sanno anche ispirare e scrivere.
(fine della prima puntata – continua)