Al Giro che è partito dalla Bulgaria è tornata l'Italia

Giulio Pellizzari è alla sua terza partecipazione alla corsa rosa e punta al podio. Vedremo se ce la farà. Quello che è già riuscito a fare è destare l'interesse dei non appassionatissimi di ciclismo

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9 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:31 AM
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Giulio Pellizzari davanti a tutti al Tour of the Alps 2026. Quello che è partito ieri da Nesebar (Bulgaria) è il suo terzo Giro d’Italia, il primo nel quale punta al podio finale (foto di Tim de Waele per Getty Images)

“Oh inizia il Giro”, dice il tizio al bancone. “Ce sta Pogacar?”, chiede l’altro che gli sta accanto.
“No, ma ce sta l’italiano bbono!”, risponde il primo.
“Avemo ‘n’italiano bbono?”. “Eccome no. Ed è bbono davero”.
Il ciclismo è tornato nei bar. Anche quelli di Roma, città che continua a essere refrattaria alle biciclette nonostante l’aumento di pedalatori urbani e no. È tornato, un po’ perché è da tre anni che il Giro d’Italia finisce nella Capitale, un po’, forse soprattutto, perché sono anni che è più facile appassionarsi di questo sport.
Il Giro d’Italia 2026 è iniziato da Nesebar, Bulgaria, ieri, venerdì 8 maggio. Arriverà in Italia, a Catanzaro, martedì 12 maggio. E per la prima volta dopo diversi anni con diversi italiani che possono ben figurare, vincere tappe e chissà, magari salire sul podio finale. L’ultimo a riuscirci è stato Damiano
Caruso, secondo, nel 2021.
L’italiano “bbono”, almeno per la classifica generale, è Giulio Pellizzari. Il marchigiano ha 22 anni, è al terzo Giro d’Italia, ha soprattutto iniziato a vincere: una tappa alla Vuelta nel settembre del 2025, due tappe e la classifica finale al Tour of the Alps, breve corsa a tappe tra Tirolo, Südtirol e Trentino.
Lo sport vive anche di orgoglio nazionalistico. Tutti gli sport, pure uno come il ciclismo dove è facile affezionarsi a qualcuno indipendentemente dalla nazionalità: Tadej Pogacar, Mathieu van der Poel e Wout van Aert sono casi emblematici, campioni capaci di superare i confini del tifo nazionale. Giulio Pellizzari era il corridore che mancava al nostro ciclismo per ridestare l’interesse anche dei non appassionatissimi, quelli capaci di apprezzare un corridore per quello che fa non solo per dove è nato.
Mancava all’Italia uno scalatore capace di poter lottare per la maglia rosa. Mancava da Vincenzo Nibali. In mezzo ci sono stati corridori capaci di fare ottime cose, Giulio Ciccone e Damiano Caruso su tutti, ma nessuno davvero in grado di destare l’interesse di un paese che dopo un lungo sonno solo calcistico si sta piano piano aprendo ad altri sport. L’aumento dei giovani che si dedicano all’atletica, al tennis, al basket e alla pallavolo dicono molto più del paese del posizionamento di queste discipline nei giornali o dello spazio concesso nelle televisioni pubbliche e private. Per sedimentare i cambiamenti ci vuole tempo.
Giulio Pellizzari è il catalizzatore che ha già riportato il ciclismo nei bar. Per ora in modo timido, saltuario, appena accennato. E sì che, nonostante siano questi anni di non grandissimi risultati sportivi, almeno su strada, di altri corridori forti l’Italia ne ha. C’è Jonathan Milan che da anni è tra i migliori velocisti del gruppo. C’è Filippo Ganna, campione della pista, a cronometro, detentore del Record dell’Ora, capace di sfiorare la Milano-Sanremo un anno fa nell’edizione probabilmente più bella della storia recente della Classicissima (al pari con l’ultima, quella vinta da Tadej Pogacar). C’è Giulio Ciccone, capace di vincere la maglia a pois e vestire qualche giorno la maglia gialla al al Tour de France.
Saranno tutti al Giro d’Italia quest’anno. E  non saranno i soli.
Era da anni che le aspettative italiane non erano così alte. Perché ci sono loro, soprattutto ci sono corridori capaci di ridestare curiosità e aspirazioni, soprattutto tra i più giovani. Certo è vero che mancano Tadej Pogacar, Mathieu van der Poel, Wout van Aert, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro, Tom Pidcock, Primoz Roglic, ossia quei corridori capaci da soli di generare interesse internazionale – oltre a Paul Seixas, il ragazzino che tra Paesi Baschi e Ardenne è riuscito a convincere la Francia che Bernard Hinault avrà un successore, quarant’anni dopo. Ma è allo stesso tempo vero che, almeno negli ultimi dieci anni c’è più interesse all’estero che in Italia sul Giro, almeno nel grande pubblico sportivo “generalista”. Perché accanto alle strade di gente ce ne è sempre stata, continua ad essercene moltissima. Nelle ultime edizioni è aumentata. Sono aumentati soprattutto i bambini, quelli che chiedono le borracce ai corridori, quelli che si erano riversati in massa per vedere Tadej Pogacar due anni fa e che sono tornati in massa anche un anno fa per vedere la lotta tra Isaac Del Toro, Simon Yates e Richard Carapaz. Quelli che torneranno quest’anno per gridare evviva ai corridori, con un nome e cognome in più da urlare. Quello di Giulio Pellizzari.
Sarà difficile vederlo in maglia rosa a Roma. In gruppo c’è Jonas Vingegaard e al momento il danese è inferiore solo a Tadej Pogacar per quanto il corridore del Team Visma | Lease a bike continui a dire di valere lo sloveno, di averlo già battuto – e gli va dato atto che è vero, i suoi due Tour de France li ha vinti staccando Pogacar – e di poterlo battere di nuovo. In attesa del Tour de France, dove si ritroveranno l’uno contro l’altro – e con Remco Evenepoel, Florian Lipowitz e Paul Seixas al loro fianco –, Jonas Vingegaard potrebbe davvero precedere Tadej Pogacar. Potrebbe essere il primo dei due a poter dire di aver vinto sia il Tour, sia la Vuelta, sia il Giro, ossia tutte e tre le corse a tappe di tre settimane del ciclismo. Prima dovrà vincere però la corsa rosa. E nessuna corsa a tappe come il Giro d’Italia sa essere infida, imprevedibile e complicata da conquistare.
Indipendentemente da come finirà, il Giro d’Italia 2026 sarà quello di un nuovo inizio, quello della consapevolezza che lì dove conta di più, lungo i passi montani, non ci sono più solo dei corridori capaci di fare cose meravigliose su di una bicicletta, ma è tornato un noi, una nuova unione di speranze e di sogni. E in questo momento storico-ciclistico è ciò di cui il nostro paese ha più bisogno.