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Snob, osti e grillini in tribuna, Baggio fuori: benvenuti agli Internazionali
Scoppia il caso del caro biglietti al Foro italico. Il tennis a Roma come allegoria dell’ipocrisia su cui poggia una nazione di cui serve riscrivere il dna prima che lo faccia la miseria cui altrimenti certe baronie ci condurranno. Ci scrive Andrea Ruggieri
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15 MAY 26

Foto LaPresse
Al direttore - Nella Roma approssimativa in cui ad Alexander Zverev, numero 3 del mondo che alcuni professionisti dell’ospitalità nemmeno riconoscono all’ingresso di un bar, quasi viene impedito di bere un drink in centro “bicos iu don’t have a resevescion” (‘reservescion’ che al bar manco esiste), senza che lui, educatissimo, eccepisca un “lei non sa chi sono io” che tante nullità avrebbero scodellato, mentre qualche ingenuo esulta pure: “Evviva, semo tutti uguali”, scoppia il caso del caro biglietti degli Internazionali di tennis. A chi gli obiettava già tempo fa l’eccessiva onerosità dei biglietti dell’evento che oggi mezzo mondo definisce ‘scandalosi’ a mezzo stampa, il presidente di Federtennis Angelo Binaghi – riporta Primaonline – avrebbe replicato che: “Noi dobbiamo scegliere chi può entrare a vedere i grandi match di tennis e lo facciamo alzando il prezzo del biglietto. Il pubblico è così più educato e meno turbolento”. Tradotto: chi ha più da spendere è per definizione più educato.
Niente male. Complimenti per la capacità comunicativa: nemmeno la Fornero sui giovani choosy. Ma fosse vero, poi. I ricchi sono così tanto più educati dei meno spendaccioni che infatti le tribune del Foro sono zeppe di scommettitori insultanti e bercianti che ovunque altrove verrebbero cacciati a calci. E invece vengono a mala pena stigmatizzati come ragazzotti maleducati. E dunque questa visione snob e molto superficiale, in Italia direi persino falsa, che vuole un’equivalenza tra censo ed educazione pubblica, giustificherebbe il fenomeno del caro biglietti di un evento che io benedico come tutti gli altri grandi happening, perché motore di opportunità economica, con un però. Ho comprato biglietti del tennis in tutto l’Occidente (Wimbledon, Us Open, Atp Finals a Londra, tutti tornei piaccia o no ben più importanti di Roma) e così cari, a fronte del servizio e della struttura offerti, non ne ho mai visti. E fa molta specie che anziché dire solo: “Il diritto al tennis non esiste, e se la gente li compra tutti vuol dire che cosi cari non devono essere ritenuti”, un presidente di federazione che invoca le partite di tennis gratis in tv dica che i prezzi alti tengono lontani i maleducati dal Centrale, la cui tribuna autorità è affollata di gente caricaturale, signori nessuno, ristoratori romani vari, mentre non ospita una leggenda come Roberto Baggio, già ambasciatore della migliore Italia nel mondo, e notabili sicuramente più degni e rilevanti di qualche oste (a questo punto, capirete, mi adeguo allo snobismo di Binaghi, uno che fa le interviste con il cappello in testa, nemmeno fosse Albano). Il quale Binaghi – curiosità contraddittoria – ha fatto della federazione una colonia di grillini, trombati e non: vice presidente, non si sa per quali meriti, è infatti Chiara Appendino, persona simpatica che in tv è contro il carovita, e da vicepresidente di federazione complice non solo del caro biglietti del tennis più costoso del mondo ma anche, evidentemente, dello snobismo del suo presidente che associa censo a educazione (come stupirsi: è una che chiede le dimissioni per chiunque sia solo indagato, ma lei stessa è condannata –per me anche ingiustamente, sia chiaro – per omicidio colposo da sindaco di Torino e col cavolo che molla la poltrona da parlamentare).
Alle Relazioni istituzionali siede Simone Valente, già parlamentare grillino che al momento del suo ingresso in Parlamento come curriculum vantava il titolo di commesso da Decathlon. Un sogno americano in salsa italiana, direte voi. Poi dici che in Italia siamo spacciati, dico io. Qualcuno maligna abbiano assunto anche la moglie di Di Battista (ma anche fosse, essere “parenti di” non è certo colpa da scontare). E siccome in Italia siamo per il mercato e la mobilità sociale, ma sempre e solo col fondoschiena altrui, Binaghi è uno di quelli che, pur occupando la stessa poltrona da 25 anni, più ha insistito per la norma a favore dei rinnovi ad libitum dei presidenti di federazione, che dovrebbero diventare dei perenni baronati secondo lui e soci (che in comune hanno una sorta di invidia verso Malagò, neo candidato alla Federcalcio che invece ai limiti di mandato si è attenuto eccome, da presidente Coni, peraltro adorato, lui, dagli atleti che rappresenta). Sia come sia, niente di nuovo, nell’Italia delle mille mitomanie si tollera questo e altro. Ed è tutto bellissimo: pauperisti in pubblico e snob in tribuna. Con tanto di grillini di complemento, arrivati a Roma contro il ‘magna magna generale’ che poi si piazzano in una federazione che è quanto di più romano ci possa essere, manco fosse una scatoletta di tonno da tenere ben chiusa. Il tennis a Roma come allegoria dell’ipocrisia su cui poggia una nazione di cui serve riscrivere il dna prima che lo faccia la miseria cui altrimenti certe baronie ci condurranno. Inevitabilmente. Ma anche con assai poco stile.
Andrea Ruggieri