Istruzioni per l’uso dei giovani atleti. Il convegno al Coni Lombardia

I grandi temi toccati alla Casa dello Sport sono stati la multidisciplinarietà, le caratteristiche di un "gigante" tecnico e l'impatto dei social sulla vita di uno sportivo

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16 MAY 26
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Foto Ansa

"Avere cura delle persone è una delle caratteristiche fondamentali per far crescere i nostri ragazzi e le nostre ragazze tramite i valori dello sport. È essenziale fare in modo che possano divertirsi, provare più sport possibili, capire qual è il loro talento e poi un domani raggiungere i massimi livelli”. Queste le parole di Marco Riva, presidente Coni del Comitato regionale Lombardia, ad introduzione del convegno “Il passo dei giganti: dai centri Coni alla maglia azzurra. Sogno o realtà?”, tenutosi nei giorni scorsi a Milano alla Casa dello Sport.
Uno dei grandi temi toccati è stato quello della multidisciplinarietà, un valore portato avanti dai centri Coni all’interno dei quali società differenti si uniscono mettendo a disposizione i loro tecnici, i loro educatori e allenatori per costruire un programma condiviso verso i giovani atleti dai 5 ai 14 anni. “Evitiamo di indirizzare i bambini a una specialità sportiva fin da subito, facciamo in modo che possano divertirsi con più discipline perché tutte possono dare strumenti di gioco” afferma Cecilia D’Angelo, direttrice ufficio territorio, promozione dello sport e dell’attività sociale Coni. Dan Peterson, allenatore icona del basket, per tutti “The coach”, in merito dice: “Il gioco è gioia. Il bambino deve uscire dal campo di allenamento, dalla pista di atletica, dalla palestra con un sorriso enorme. Non bisogna mai sgridare il bambino. Nella fase dai 5 ai 14 anni si deve inculcare l’amore per lo sport”. Gonzalo Quesada, commissario tecnico della nazionale italiana di rugby, su questo tema precisa: “Spesso associamo giocare con il non impegnarsi, ma è l’esatto contrario. Giocare vuol dire fare del proprio meglio, impegnarsi divertendosi. I ragazzi che alleno io hanno dai 25 ai 30 anni e anche loro hanno bisogno di giochi per allenarsi. Più giochi inseriamo in allenamento, più si divertono e più riescono ad esprimersi”.
Ma che caratteristiche deve avere un “gigante” tecnico? “È importante la preparazione pedagogica degli allenatori. Ci sono dei ragazzi con un talento molto evidente e altri che ne hanno meno, ma dimostrano grandi potenzialità. L’obiettivo di noi tecnici è accompagnarli nella crescita, dargli un supporto e creare un ambiente nel quale si possano esprimere. Poi se un atleta trova la forza e la capacità di migliorare, può sognare anche la maglia azzurra” afferma Ferdinando De Giorgi, ct della nazionale di volley maschile. “Non puoi avere un tecnico che non si impegna, che arriva un minuto in ritardo. È lui che deve dare l’esempio. Bisogna creare un ambiente dove ci sia il rispetto dei ruoli. L’allenatore è quello che ti accompagna, che ti dà le basi, che a volte ti incoraggia, ma che può essere anche severo con te. L’allenatore deve agire in modo diverso a seconda della persona che ha davanti e far fare all’atleta qualcosa che potrebbe non piacergli, ma che lo aiuta a raggiungere l’obiettivo” dice Enrico Casella, direttore tecnico della squadra nazionale della ginnastica artistica femminile. E sicuramente di campionesse che hanno avuto grandi successi lui se ne intende (vedi alla voce Vanessa Ferrari e Alice D’Amato).
E poi l’importanza delle parole dette nel momento giusto perché un allenatore sa quando parlare e quando stare in silenzio. Antonio La Torre, direttore tecnico e scientifico della Fidal, racconta di aver parlato un’ora con Marcell Jacobs l’anno scorso ai Campionati del mondo di atletica a Tokyo, in un suo momento di grave crisi: “Tu alleni un essere umano che è in costante trasformazione. Le parole sono importanti e per usarle bene bisogna intercettare l’anima dell’atleta. Se in quel momento gli avessi parlato solo di tempi e di argomenti tecnici, non avrei intercettato la persona” e aggiunge “Noi dobbiamo aiutare gli atleti a conquistare l’autonomia nel prendere le decisioni. In pista ci vanno loro e il nostro lavoro è fatto di tante parole, ma anche di silenzi e di sguardi. Non è obbligatorio essere amici degli atleti, ma devo rispettare la persona che ho di fronte e guadagnarmi il suo rispetto con il buon esempio e con il carisma”.
E se si parla di giovani non si può non affrontare l’argomento social e il loro impatto sulla vita di uno sportivo. “Prima di tutto bisogna insegnare ai giovani atleti a non credere alle critiche ingiuste che gli vengono mosse sui social perché quello non è il mondo reale. L’altro problema è che se un ragazzo sta sveglio fino a tardi su TikTok o Instagram, il cervello non si disattiva e non avviene la fase del recupero che è parte integrante dell’allenamento” spiega Casella. Casella, La Torre e Quesada sono concordi nel dire che le caratteristiche di un futuro campione sono che sia allenabile, che dimostri facilità di apprendimento e anche umiltà nel cercare sempre di migliorarsi. Insomma, non sappiamo dove si nascondano i prossimi “giganti”, ma di certo si spera che passino dai centri Coni.