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Aaron Rai, l'inglese venuto dal nulla, vince il PGA Championship
Poteva essere l’ennesima vittoria di Scottie Scheffler, ma il campione americano ha sbagliato i putt più importanti. Poteva essere pure il torneo di Justin Thomas che continua ad avere con il PGA Championship un rapporto speciale. E invece è stato il giorno del ragazzo di Wolverhampton. Era dal 1919 che un inglese non vinceva in America
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18 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:27 AM

Foto Ap, via LaPresse
La domenica del PGA Championship finisce dentro la luce bianca della Pennsylvania, con i pini enormi di Aronimink che trattengono il rumore e il campo che lentamente si svuota delle sedie pieghevoli e degli appassionati che hanno vissuto, per una volta, la vittoria che nessuno si sarebbe mai aspettato. Aaron Rai alla diciassette aveva un putt lunghissimo, a più di venti metri di distanza in un torneo che fino a quel momento aveva ancora i migliori nelle prime posizioni. In un silenzio assordante, dopo aver attraversato il green con una lentezza che rivedremo per anni nelle immagini memorabili del decennio, la pallina bianca ha centrato clamorosamente la buca. A quel punto, tutti hanno capito che stava per succedere qualcosa di speciale. Un inglese non vinceva questo torneo dal 1919, il leggendario Jim Barnes per la verità era un americano della Cornovaglia e forse questo non è nemmeno il dettaglio più interessante. Mai come quest’anno piuttosto il PGA Championship è sembrato un major europeo giocato in America.
Rory McIlroy, Jon Rahm, Viktor Hovland, Ludvig Åberg, Tommy Fleetwood, Matt Fitzpatrick e perfino il fratello Alex da qualche settimana baciato da una forma che non si era mai vista prima. Erano molti, insomma i candidati ideali per il campo del Aronimink Golf Club che del resto obbliga a un golf molto meno americano di quanto sembri in televisione. Donald Ross lo disegnò negli anni Venti per uomini che giocavano ancora con i pantaloni larghi e bevevano rye whiskey in clubhouse fino alla partenza per il giro successivo. Il rough qui non lascia tregua, i green respingono la pallina verso piccole gobbe laterali e quando il vento gira fra gli alberi i giocatori iniziano a tirare ferri bassi, prudenti. Quello che sulla carta sembrava un campo semplice, si è rivelato tra i più difficili tornei degli ultimi anni. I punteggi lo hanno dimostrato fin dal primo giro. Come sempre Rory McIlroy è stato al centro dell’attenzione. Era lui il campione più atteso, quello che davanti alle telecamere, senza scomporsi ha detto, “alla mia età avrò ancora trentacinque o quaranta occasioni per vincere un major, dunque sarebbe meglio che io inizi a prenderle tutte”. Dentro quella battuta c’era Augusta finalmente conquistata, le occasioni perse e soprattutto il peso di due anni trascorsi a fare il difensore del PGA Tour contro il LIV saudita. Una bella rivincita per lui, in ogni caso, questa settimana in cui Jon Rahm ha preferito sfilarsi dal tour saudita, pagando una multa per tornare a competere sul tour europeo.
Sono arrivati nelle prime posizioni, ma ad entrambi è mancato il graffio. Erano tanti i potenziali vincitori, in un pacchetto di mischia serratissimo fino a metà del quarto giro. Poteva essere l’ennesima vittoria di Scottie Scheffler, ma il campione americano ha sbagliato i putt più importanti. Poteva essere pure il torneo di Justin Thomas che continua ad avere con il PGA Championship un rapporto speciale, due vittorie, quali Hollow e Southern Hills e nessun altro major. Poteva essere un grande ritorno.
Invece alla fine, è uscito a Aaron Rai, il ragazzo di Wolverhampton a cui il padre un giorno, in sostituzione di una piccola mazza da hockey che si era rotta, regalò un ferro da golf. Il figlio di immigrati indiani, dopo una vita in sordina, in un lento ma non trascurabile crescendo, si è preso il Wanamaker Trophy, la coppa più grande tra i trofei dei major, con un sorriso quasi stupito e negli occhi la trasparenza di chi guarda lontano. Perché una prima come questa, non può che chiedere altre repliche.