Sinner vince gli Internazionali, un trionfo annunciato che non smette di stupire

Il trionfo al Foro Italico, il record, il saluto al “signor Mattarella”. E prima lo abbiamo visto soffrire, ruggire, accettare selfie, firmare autografi. Tutti in questi giorni hanno voluto un pezzo del numero uno

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18 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:49 AM
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Jannik Sinner festeggia la vittoria degli Internazionali di Roma (foto Alfredo Falcone per LaPresse)

In un solo giorno ha eguagliato record che si tenevano stretti Novak Djokovic e Rafa Nadal. A 24 anni Jannik Sinner è diventato il primo tennista dopo il serbo a completare il Career Golden Masters, ovvero la vittoria di tutti e nove i Masters 1000 del circuito, ed è il primo tennista dai tempi dello spagnolo a vincere tutti e tre di seguito i principali tornei sulla terra rossa prima del Roland Garros. Questi i numeri, freddissima cronaca. Bisogna però riavvolgere il nastro, considerare quello che c’è stato prima e oltre quelle braccia alzate verso il cielo, quel grazie mille scritto sul vetrino (come se fosse lui e non noi a dover ringraziare), il saluto al “signor Mattarella” al cospetto del quale gli capita sempre di fare qualche “figuraccia”, la frase rivolta ad Adriano Panatta “quando hai vinto tu forse i miei genitori non stavano neanche insieme”.
Jannik Sinner con Sergio Mattarella e Adriano Panatta durante le premiazione degli Internazionali d'Italia a Rome (Alfredo Falcone/LaPresse)
Jannik Sinner  con Sergio Mattarella e Adriano Panatta durante le premiazione degli Internazionali d'Italia a Rome (Alfredo Falcone/LaPresse)
Prima di un trionfo annunciato con così tanto anticipo da farlo sembrare scontato, banale abbiamo visto Jannik Sinner soffrire, ruggire anche, sputare per terra e un po’ boccheggiare, accettare selfie, firmare autografi, ammettere di essere, in effetti, un po’ stanchino, settanta giorni di imbattibilità dopo. Dagli spalti tutti a chiedere ancora, ancora Jannik, ancora. Ognuno vuole un pezzetto di Sinner, dai cappellini con la volpe (sold out) alle magliette (quasi sold out), a una pallina con la sua firma. Era il secondo torneo senza Carlos Alcaraz, una assenza che è sembrata un imperativo, vissuta non con il sospiro di sollievo di avere un avversario in meno, ma con il peso del tennis tutto dalla propria parte.
Sono state dieci le sessioni sold out sul Centrale, tutte quelle in cui ha giocato il numero uno al mondo. Era un anniversario importante, mezzo secolo da Adriano Panatta, una striscia di vittorie consecutive arrivata a 29, 5 i Masters 1000 vinti fino a Roma nel 2026 (inutile cercare i precedenti perchè non esistono). Tutte le strade, dal giorno meno uno, portavano qui: Sinner re del Foro Italico, vestito con una t shirt nera come Panatta quel 30 maggio 1976. Fuori dal campo bastava lo storytelling, l’hype, la preparazione alla gloria. In biglietteria la domanda ha superato da mesi l’offerta, ma vuoi mettere che offerta, Sinner che vince il torneo di casa? Vale il viaggio, certo che lo vale. Solo che l’unico a soffrire il jet lag è stato lui. “Olè, olè, olè, Sinner Sinner” è bellissimo, a volte opprimente. Tutti in questi giorni hanno voluto un pezzo del numero uno, qualcuno dalle tribune ha pure azzardato qualche consiglio: “piega le gambe”. Molto meglio, allora, il bambino che giorni fa lo ha accompagnato in campo e dopo avergli tenuto la mano gli ha chiesto se poteva abbracciarlo e non il contrario.
Per il resto è stato un “prendete e mangiatene tutti”. Nei manifesti del torneo Sinner è diventato una statua di marmo, ottavo re di Roma. Tutto già scritto ad uso e consumo degli spettatori paganti. Ma poi quello che ha dovuto fare i compiti è sempre stato lui. Il rischio che si corre è considerare Roma, e prima Madrid, e prima ancora Monte-Carlo, ordinaria amministrazione, una vittoria dopo l’altra e comunque tutto alla sua portata. È stata mamma Siglinde a rimetterci al mondo, le sue mani davanti agli occhi per non guardare il punto che lo avrebbe portato a servire per il match ci ricordano che il tennis non è uno sport che si gioca uno contro uno e alla fine vince sempre Sinner. “Non tutti i giorni sono semplici” ha detto il numero uno del mondo, chiudendo così la questione su dieci, anzi venti, anzi trenta, giorni vissuti senza rifiatare mai. “Vincere qui? Mi vien da ridere. Roma non si vinceva mai”. Cosí rispose Panatta quel 30 maggio di mezzo secolo fa a Gianni Minà. Cinquant’anni dopo eccolo un altro italiano a cui viene da sorridere, il numero uno al mondo che non sorprende più anche quando dovrebbe. Ha sofferto fisicamente e mentalmente in questi giorni, in conferenza stampa ha detto che adesso vuole solo riposarsi qualche giorno, che per lui la felicitá è giocare a golf e andare sui kart, tutto qui. L’obiettivo rimane Parigi, il Roland Garros, l’ultimo Slam che ancora gli manca, che però per qualche ora è giusto ed è sano non pensare al tennis. Tra quattro giorni sarà in viaggio per Parigi, un altro jet lag in solitaria, un’altra volta senza Carlos Alcaraz. Saranno di nuovo cinquant’anni dall’ultima volta di un italiano, Adriano Panatta naturellement. Prima della gloria preventiva che fa sembrare scontata ogni impresa, il consiglio è di fare come ha fatto Sinner dopo che ha vinto contro Medvedev. Prima di andare a dormire si è dato una pacca sulla spalla. Non ha chiesto ancora, si è detto bravo.