Tutto l'azzurro del Giro d'Italia

Ci sono voluti secoli per dare un nome a un colore che nel mondo classico, e latino in particolare, non aveva un’identità definita. Resterà accanto ai corridori del Giro per 250 chilometri dei 400 che li porteranno da Viareggio a Novi Ligure

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19 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:22 AM
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Foto LaPresse

Dei poco più di 400 chilometri delle tre frazioni che vanno da Viareggio a Novi Ligure, circa 250 sono tutti in vista mare. Vien da pensare a una famosa – famosa perché bellissima – poesia di Pierluigi Cappello:
E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è il mare.
Il blu che vedi è il Tirreno. Pierluigi Cappello non c’è più. Ma c’era cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, quando la sua terra, il Friuli, cominciò a tremare. Abitava a Villanova, una frazione di Chiusaforte, in una casa su due piani più solaio in cima alla gobba di una montagna che guardava il paese giù in basso, nella strettoia della valle del Fella, e che era bucata dal tunnel della ferrovia. Il bambino Pierluigi vedeva uscire il treno dell’Alpe-Adria da sotto la pancia della montagna e dal prato sotto casa gli piaceva inseguirlo con lo sguardo mentre correva verso nord. Quel 6 maggio erano le 9 di sera e lui aveva nove anni: stava leggendo Topolino sul divano. Il padre aveva in braccio il fratellino di quattro anni per portarlo a dormire nella camera al piano di sopra. Fosse successo pochi istanti dopo, non ci sarebbero più: il solaio collassò sopra le stanze. Al primo boato, terribile come l’urlo di un mostro sotterraneo, tutta la famiglia Cappello fuggì terrorizzata fuori di casa e si salvò. Racconta Pierluigi che si sentiva come se fosse un bambino al centro della fine del mondo: intorno solo polvere e odore di pietre macinate.
Il terremoto del Friuli ha spazzato via un mondo e, rapidamente, ne ha costruito un altro. Il mondo di prima assomigliava al mondo rurale e artigiano dell’Italia che Pier Paolo Pasolini, assassinato sei mesi prima del terremoto, diceva che stava da tempo scomparendo in Italia, forse altrove più rapidamente che nel suo Friuli. Ma il sisma è come se avesse passato una mano distruttrice su quello che restava ancora in piedi: i villaggi, i lavori agricoli e le botteghe, le comunità. Poco dopo, a Chiusaforte, alle porte della montagna, arrivò l’autostrada e poi le fabbriche. E le case nuove: e nulla fu più come prima.
Ci sono voluti secoli invece per dare un nome a un colore che nel mondo classico, e latino in particolare, non aveva un’identità definita. E se l’aveva, era qualcosa di perturbante. Dal punto di vista dei romani, il blu era il colore dei barbari: prima di scendere in battaglia, i celti e i germani si coloravano il volto di blu. Anche chi aveva gli occhi azzurri non era ben visto. Il che spiega anche il fatto che manca nel lessico latino una parola per indicare quel colore. Tanto che le lingue romanze che derivano dal latino, attingono a vocabolari diversi per dare un nome a questa tonalità: dal germanico blau discende il blu; dall’arabo lazur l’azzurro, che solo in seguito va a definire una sorta di blu chiaro, di blu cielo, ovvero di celeste.
Azzurra, o meglio celeste, era la maglia di Fausto Coppi, quando vestì per oltre un decennio – l’epoca d’oro del ciclismo del secondo dopoguerra – la livrea della Bianchi (il colore dei telai del marchio dell’aquilotto è peraltro ancora più indefinito, e si avvicina al verde acqua marina). Con quei colori Coppi vinse quattro (1947, 1949, 1952 e 1953) dei suoi cinque Giri d’Italia. Ma c’è una sorta di nobile genealogia di corridori italiani vincenti che pare discendere da quel mito cromatico: è blu la maglia della Nivea-Fuchs – prima squadra sponsorizzata da un marchio extraciclistico: una crema cosmetica – con cui nel 1955 Fiorenzo Magni conquista il suo terzo Giro; veste di celeste anche Felice Gimondi nei suoi tre successi al Giro (1967 e 1969 con la Salvarani, e 1976 con la Bianchi); c’è un altro Fausto, Bertoglio, che vince nel 1975 con la maglia azzurro-blu della Jollj Ceramica; nel 2013 e nel 2016 Vincenzo corre con la maglia azzurra della Astana i suoi due trionfanti Giri.
E il cielo è "di smalto", che immaginiamo blu o azzurro, anche per Pierluigi Cappello quando mette in versi la gioia del correre in bicicletta in una poesia che si intitola I ciclisti e che si può leggere appesa alla stazione di Chiusaforte dove ora passa la frequentatissima Ciclovia dell’Alpe-Adria:
Frusciano come foglie
i ciclisti accaldati
mentre il sole li accoglie
e risplendono i prati.
Escono a primavera
e corrono leggeri,
sono l'alzabandiera
dei giorni festeggeri.
Le rondini tornate
assomigliano a loro,
sfrecciano incoronate
dentro il mattino d'oro.
Vanno a gruppi, a mitraglia,
sotto il cielo di smalto,
quasi come se l'aria
fosse fatta da asfalto.