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Il Rayo contro il calcio moderno
La squadra del barrio di Madrid si gioca la Conference League contro il Crystal Palace, che quotazioni di mercato alla mano vale cinque volte gli spagnoli
25 MAG 26

Foto LaPresse
Per le strade di Puente de Vallecas in questi giorni si respira un sentimento che nessuno aveva mai provato. È uno dei distretti più poveri di Madrid – in alcune delle sue frazioni il reddito pro capite rasenta quello dell’Albania –, nato da un’annessione amministrativa degli anni Cinquanta e delimitato da una trafficata tangenziale come qualunque periferia del mondo. Anche il paesaggio urbano, a prima vista, è del tutto ordinario: una distesa di case popolari in mattone rossastro, disposte attorno a uno stradone principale che è l’antitesi estetica dell’elegante Gran Via, pochi chilometri più in là. Eppure, basta una passeggiata per rendersi conto che da queste parti pulsa una vita comunitaria dall’inscalfibile personalità. Vallekas – così scrivono i suoi abitanti: la K dà un tocco di sfrontatezza adolescenziale – è un luogo raro dove nel 2026 la vocazione operaia locale riesce a integrarsi per davvero, oltre gli slogan e i buonismi, all’immigrazione economica da altri continenti. È orgogliosamente un barrio di sinistra, ma una sinistra ancora di sostanza, fatta di associazioni di vicinato, enti culturali, centri per l’infanzia e la gioventù – quasi tutti su base volontaria, perché le risorse sono quelle che sono. E se al centro di molti villaggi c’è la chiesa, qui sorge invece lo stadio di calcio: il massimo veicolo di socialità, prima ancora che di sport. Solo che la sua squadra, mercoledì prossimo, si giocherà la finale di Conference League.
È uno sbalzo emotivo da sballo. Nelle piazze e nei bar non c’è persona che non ne parli, facendo incetta di quotidiani locali a distribuzione gratuita. È vero, nel calcio possono esistere dei club “di quartiere” destinati a una grandezza globale: si pensi al Boca Juniors. Ma per quel che rappresenta il Rayo Vallecano, anche nel suo centenario percorso, è come se una squadretta della Garbatella o della Bolognina scalasse le gerarchie nazionali per poi ritrovarsi all’improvviso di fronte ai giganti d’Europa – nella fattispecie il Crystal Palace, che quotazioni di mercato alla mano vale cinque volte gli spagnoli. “Dico sempre a chi viene a giocare a Vallecas che la cosa meno importante è il calcio in sé”, ha spiegato Sergio Camello, attaccante madrileno del Rayo. “Quello che conta è tutto ciò che lo circonda: l’atmosfera pre partita, il legame con i nostri tifosi e le loro battaglie identitarie. Questo club è l’ultimo baluardo del pallone vecchio stampo, arrivato dove non osava nemmeno immaginare”. Non sono soltanto parole. Ancora oggi, se qualcuno vuole vedere un match del Rayo deve fare la coda al botteghino: non si vendono biglietti online. E il Campo de Fùtbol de Vallecas è un piccolo impianto superato e fatiscente – una colata di cemento armato anni Settanta – che pure racchiude un clima caldo e irrinunciabile. Se il Bernabéu omaggia Cristiano Ronaldo, qui l’idolo più memorabile è Willy Agbonavbare: pioniere della lotta contro il razzismo negli stadi, divenuto facchino aeroportuale dopo una carriera da portiere del Rayo. Di nuovo, è la sostanza che prevale sulla forma.
Si diceva dei tifosi, che coincidono con gli abitanti – oltre 200mila – di un quartiere sovraffollato. A Lipsia per la finale arriveranno in 11-12mila, tra collette e trasferte fai da te. Sarà una festa inedita, comunque vada. Poi si tornerà alla vita quotidiana: le partite casalinghe del Rayo sono l’occasione per riunirsi, organizzare attività benefiche e mantenere la propria coscienza politica nel senso più letterale del termine – cioè le questioni che riguardano la pòlis. Anche per questo il club è nel pieno di un autentico paradosso. Da una parte celebra l’ascesa sportiva più felice della sua storia centenaria: l’anno prossimo giocherà in Liga per la sesta volta consecutiva, un record, è reduce da un signor ottavo posto – miglior piazzamento di sempre, che oggi potrebbe anche ribadire – e nel corso delle ultime stagioni ha visto correre con questa maglia superstar del calibro di Radamel Falcao. Dall’altra però deve fare i conti con una lunga serie di proteste societarie: perfino nel corso di quest’annata esaltante. Perché sognare la Conference League va bene, ma a quale costo? Raúl Martín Presa, l’imprenditore che nel 2011 acquistò il Rayo salvandolo dai debiti, pianifica di costruire un nuovo stadio più monetizzabile fuori da Puente de Vallecas. Ha fatto aumentare i prezzi dei biglietti, finora alla portata degli avventori indigenti. E ha invitato in tribuna vip Santiago Abascal, il leader dell’estrema destra spagnola. Al netto dell’evitabile scivolone ideologico – e un’accoglienza tra bordate di fischi –, gli altri sono nodi progettuali che riflettono la legittima iniziativa economica di chi intende stare al passo col calcio moderno. Ma in un luogo che altrettanto legittimamente non ne vuole affatto sapere. L’incontro tra passato e futuro potrebbe avvenire in una notte europea che a Vallekas, in ogni caso, nessuno dimenticherà mai. Già si aspettano i prossimi murales.