La convocazioni al Mondiale tra reality, re e sottogeneri calcistici

Dalle nomination in stile Grande Fratello del Brasile ai re che annunciano i convocati in Europa, ogni nazionale trasforma la lista per il Mondiale in uno spettacolo identitario. Emozioni, rituali e storytelling per dire che una squadra è sempre un paese intero

27 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 18:05
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Foto Epa, via Ansa

Sette lettere. Mvp del campionato: Dimarco! Risposta esatta. Giri la ruota per indovinare il prossimo. Anzi, scelga un pacco. Toscana! Sbuca la testa di Gianluca Mancini da Pontedera. Per la Nazionale è più consono un palcoscenico pubblico. Era già successo per gli Europei del 2016 e del 2021, con le squadre di Conte e Mancini presentate in prima serata su Rai1 da Antonella Clerici e Amadeus. Chissà, cavalcando l'onda del presentatore del momento e l'allargamento dell'access prime time, stavolta poteva toccare a Stefano De Martino.
Sarebbe stata questa la soluzione italiana per l'annuncio dei convocati al Mondiale? Un genere appassionante che sta scandendo l'avvicinamento all'evento. Purtroppo si resterà col dubbio. E con quel mix di ammirazione, invidia e scetticismo nel guardare quelle degli altri. A partire dal reality brasiliano. Carlo Ancelotti ha diramato la lista ufficiale in una conferenza trasmessa in streaming, mentre i giocatori assistevano da remoto assieme a familiari e amici, pronti a riprendersi e a consegnare live le proprie reazioni. Un clima da nomination del Grande Fratello, esploso al momento della pronuncia di Neymar Jr, il vincitore. I boati dei presenti sono passati in secondo piano di fronte alla reazione del diretto interessato, in lacrime a casa sua e circondato dall'affetto di decine di persone. Speravano di esultare allo stesso modo i familiari di Joao Pedro, attaccante del Chelsea escluso a sorpresa. Invece ecco silenzio e delusione per non aver sentito il nome che desideravano e di cui erano certi. Una dimostrazione di verità, di vero dramma. Certo, magari Ancelotti avrebbe potuto telefonare agli esclusi. Almeno per far avvisare le famiglie ed evitare di filmarsi.
Nemmeno Deschamps e Moriyasu, ct di Francia e Giappone, hanno chiamato, preferendo che l'attaccante del Crystal Palace Mateta e l'ex interista Nagatomo scoprissero i loro nomi in tv, dando così sfogo ai sentimenti tra abbracci e lacrime. Tuchel ha invece avvertito Harry Maguire che non sarebbe stato parte della spedizione inglese. Il difensore del Manchester United ha auto-annunciato l'esclusione sui social, prima che venisse pubblicata una splendida clip per presentare i 26 prescelti. Come Together dei Beatles in sottofondo, mentre i nomi dei giocatori comparivano tra fittizie insegne di negozi, cartelloni pubblicitari e brand di moda per le vie di New York.
Curaçao, nazionale caraibica esordiente, ha scelto invece una canzone dai ritmi latini. In molti hanno attinto dai propri patrimoni culturali. I giocatori del Senegal sono stati presentati come guerrieri, evocati da un sacerdote e con i nomi trascritti su una pergamena dal ct Pape Thiaw. La Scozia si è affidata alla voce narrante dell'attore Ewan McGregor, la Norvegia e la Spagna hanno persino scomodato i re Harald V e Felipe VI. I motivi sono ricorrenti: il valore della partecipazione a un Mondiale sta nel popolo che lo attende. I nomi dei giocatori si mischiano ai paesaggi, alle magliette dei bambini, ai volti di singoli lavoratori che diventano comunità quando gioca la nazionale. “Questa è la lista di tutto il paese”, dice Re Felipe dopo che un pompiere ha annunciato Pedri e una fornaia Ferran Torres. L'identità nazionale, elemento di divisione nel dibattito politico, torna a essere un valore non negoziabile quando si parla di sport.