Il Giro d’Italia e quella voglia di pedalare

La corsa rosa e l’esigenza di rimettersi in sella. Il Giro termina domenica a Roma, le biciclette però continuano a muoversi sulle strade di sempre, quelle vicine a casa, o all’Eroica Montalcino

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Foto LaPresse

La vera primavera, quella che ci fa togliere davvero i giubbotti e ci fa scoprire la pelle, quella che sino a poco prima era un sussurro, un’idea a tratti ottimistica, ma ancora lontana dal manifestarsi veramente, d’un tratto, in pochi giorni, si palesa, diventa reale tutto attorno a noi. Maggio è un mese di esterni, ti spinge giù dal divano, giù dalle scale, fuori dalle porte. E per chi ha quel vizio benedetto del muovere i pedali, il richiamo dell’altrove arriva presto la mattina, nella luce già intensa delle prime ore del giorno, ancora animata da un’aria fresca che è un piacere sentirla sulla faccia. Un vizio che si fa più intenso a maggio, perché animato dal richiamo del Giro d’Italia che si corre spesso lontano da noi, ma che a noi arriva con l’eco di quelle pedalate veloci. Maggio è mese rosa, pieno di scatti e fughe e uomini che ad alta quota cercano di vestirsi di quel colore. Poco importa se lo spettacolo ciclistico è meraviglioso o mediocre, se i corridori concedono agli occhi di chi li guarda imprese memorabili oppure trascurabili pedalate, il Giro è un acceleratore di voglia di mettersi in movimento, di pedalare.
Maggio è il mese del possibile, dell’abbandono a ciò che continuiamo a crede necessario, nonostante ci stanchi, ci sfibri, ci faccia inveire contro l’Altissimo e noi stessi quando sotto le ruote la strada si impenna ben di più di quanto possiamo permetterci.
Chi è affetto dal vizio del pedalare, non può esimersi dal farlo anche negli altri mesi, nelle altre stagioni, ma a maggio e poi a giugno, sente quel friccico in più. Si sente come nella poesia di Luciano Erba, “Gli anni Quaranta”: “Sembrava tutto possibile / lasciarsi dietro le curve / con un supremo colpo di freno / galoppare in piedi sulla sella / altre superbe cose / più nobili prospere cose / apparivano all’altezza degli occhi”. E quando la si rilegge viene sempre da chiedersi se il poeta si riferiva davvero agli anni passati, quando tutto davvero – almeno ai suoi occhi – sembrava possibile, o alle pedalate passate, quelle andate, che più non ritorneranno e che invece tornano, certo diverse, sempre a modo loro.
Maggio è ormai quasi finito, il Giro d’Italia è quasi finito – si concluderà domani a Roma. Resta l’ultimo respiro affannato in sella. E questo unisce sia chi il Giro lo corre, sia chi il Giro lo guarda e forse un tempo sognò di correrlo.
Quello di quest’anno è stato un Giro d’Italia discreto, con giorni appassionanti e altri meno, come va praticamente ogni anno. Con le solite illusioni prima del via, i fuochi di paglia delle prime tappe, i chilometri che si sommano, le grandi salite che si attendono frementi e che poi scompaiono dietro alla schiena dei corridori troppo in fretta. Almeno per noi che quelle salite le vediamo da lontano, senza doverle davvero pedalare, ma sognando, un giorno, di farle, anche se magari non tutte di fila in poche ore.
Anche quest’anno la voglia di pedalare è tanta e porta lontano dalle strade del Giro d’Italia. Lungo quelle vicine a casa, oppure quelle un po’ più in là. Da un po’ di anni, da un decennio esatto, portano a Montalcino, all’Eroica Montalcino. Portano agli sterrati senesi capaci ogni volta che si affacciano al Giro di raccontare una storia antica e modernissima, una storia polverosa capace di attaccarsi addosso e restare con te ben più di quanto rimane il sudore sulla pelle.
Foto di Paolo Martelli (per gentile concessione de L'Eroica)
Foto di Paolo Martelli (per gentile concessione de L'Eroica)
L’Eroica Montalcino è un’Eroica raccolta, più corta e meno affollata dell’altra, quella primigenia, quella di Gaiole in Chianti. È un’Eroica però più polverosa, con lunghissimi sterrati dove perdere il contatto con il tempo e con lo spazio, che poi non è altro che ciò che chiediamo alla bicicletta: concederci quella tranquillità totale e assoluta che solo il pedalare sa dare. Soprattutto quando si è in sella a biciclette d’acciaio. Perché la modernità del carbonio e dei moderni gruppi, ha reso la bicicletta meno frusciante e più ticchettosa, ha incupito i tintinnii argentini del telaio. Certo, ha addolcito la fatica e donato velocità, almeno a chi preferisce questa alla durata del piacere.
Verso Montalcino, verso L’Eroica, si muovono a pedali anche le biciclette di chi al Giro non è che presti grande attenzione. E pure lontano da Montalcino, nelle strade vicino a casa, pedalano donne e uomini che della corsa rosa forse hanno visto soltanto qualche minuto. Perché la bicicletta non è più, come un tempo, una roba ciclistica, ha preso una sua forma e identità anche lontana dal ciclismo.
Eppure quando inizia a muoversi il Giro per l’Italia, inizia anche una voglia maggiore di pedalare. Sarà che è maggio, sarà che le giornate si allungano, sarà perché basta una bicicletta vista alla tv, su di un giornale, in un reel o in una foto su un sito a smuovere qualcosa dentro, a farci salire in sella. A farci sentire un’esigenza che ci accompagnerà per tutta l’estate, non si assopirà d’autunno, magari si prenderà una pausa d’inverno.
Raccontò Goffredo Parise che fu vedendo passare il Giro che sentì per la prima volta l’esigenza di pedalare, “un’esigenza che era lì, sempre presente in me, perché pedalare ho sempre pedalato. Eppure mai come quella volta, vedendo quel gruppo colorato passare in un ronzio metallico e pieno di voci, quelle delle genti a bordo strada, quelle dei corridori in gruppo, quello della mente che ti ricorda di quanto è bello pedalare, sentii quella necessità”.
Perché pedalare è pratica bambina, un ricordo felicissimo d’infanzia, che a volte si nasconde tra le curve della vita. A volte basta riportarlo alla luce, dare un nuovo presente e una nuova dimensione per farlo tornare e imperare. A volte basta un’immagine del Giro, un passaggio all’Eroica, un campanello che trilla per mano di un sorriso veloce in bicicletta, per farcelo ricordare. E forse è per questo che il Giro si corre ancora. E forse è per questo che il Giro lo guardiamo ancora.