Il mondo alla rovescia di chi esulta per la resa di Sinner

Il ridicolo assedio moraleggiante al tennista sconfitto e la logica fascistoide per cui chi trionfa è colpevole. Un dannunzianesimo alla rovescia

30 MAG 26
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Foto ANSA

Contro la competizione, foriera di guai. I ciangolanti della moralina di sinistra si sono scatenati sul malessere che ha costretto Jannik Sinner alla sconfitta dopo aver visto il traguardo della malfamata ennesima vittoria. Psicologi, psicologhe, conduttori, testimoni plaudenti infine della Caduta. Troppo fenomeno. Troppi soldi, e te pareva. Troppa pubblicità. Troppe partite. Troppi trofei. Un’idea mentale della gara che non ha scampo, vinci o perdi, vivi o muori. Il tutto nella ricerca effimera della gloria sportiva, che è la gloria dell’innocenza e il premio dell’ostinazione come virtù, del talento come dono, mentre per i ciangolanti è un idolo deteriore, come il profitto nel capitalismo d’impresa. 
E’ una specie di replica del mondo in guerra, un calco del sistema economico e sociale da abbattere in nome dell’eguaglianza di fatto, non delle possibilità, e di un’istanza bolsa di solidarietà come abbassamento, sottomissione, rinuncia, una parodia dei valori cristiani e islamici che campeggia nella chiacchiera, la kenosis del Commentatore Collettivo. E lo staff, i coach, i medici, i manager tutti agenti dell’immondo, perverso, rovesciamento della legge del barone De Coubertin, l’importante è partecipare, non vincere. Competere per vincere, una colpa. Vincere un premio in denaro e una coppa da baciare idolatricamente in pubblico, un’ostentazione di sfrenato individualismo (vogliamo aggiungere liberista?).
Vincere costa fatica e lavoro e competenza, ma dietro c’è qualcosa di losco, un sistema che spreme e demolisce le doti della gioventù sportiva nella logica dell’accumulazione. L’energia per fortuna non è illimitata e può improvvisamente sfarinarsi. Ai numeri uno la lezione è dovuta, gli sta bene. Primeggiare ha qualcosa di osceno, è uno schiaffo ai deboli, ai vulnerabili, o semplicemente un insulto agli sfortunati, agli onesti lavoratori dello sport che occupano un cantuccio laterale, sbattuti fuori dall’arroganza dei campioni, dei competitori assatanati. La responsabilità è anche del pubblico di tifosi, che dovrebbe chiedere e ottenere contegno, non nel senso del fair play e dell’educazione in campo, in cui Sinner rivaleggia solo con Casper Ruud, nel senso del rigetto della forza, della precisione omicida delle palline, in un contesto gladiatorio che è peggio del famoso Colosseo. Molte di queste cretinate sono passate istantaneamente nelle rubriche radiofoniche, nei commentini-ini-ini del famoso uomo o donna comune che vuole imporre la sua versione ciangolante a tutti i costi, e ovviamente nei social.
Detestabile poi è il meccanismo dell’identificazione, base di ogni malattia tifoide. L’ammirazione e la tolleranza verso la solitudine dei numeri uno sono parodie crudeli della sconfitta ideologica dell’uno vale uno. Valere più di altri, e più di tutti gli altri, è considerata una malattia, l’incapacità cronica di fare spazio, dialogare, associare, comprendere, integrare. Simbolo di esclusione, la vittoria implica la sconfitta, che è naturalmente un blasone di nobiltà e tutti prima o poi la incontrano sulla loro strada, ma nella ciangola è un idolo moralmente superiore da perseguire a tutti i costi. Siamo a un passo dalla bella morte, da un dannunzianesimo alla rovescia, da una mistica democratica egualitaria che succede alla mistica fascista.