“La boxe si salva con tv e scuole”: la ricetta dell'ex campione Michele Piccirillo

Dopo il ritiro, l'ex pugile si è ritrovato solo, senza nessun riconoscimento dalla Federazione: "Sarei stato felice di fare il commissario tecnico o anche solo il testimonial, qualsiasi cosa per mettere la mia esperienza al servizio di uno sport che ho amato e amo"

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Foto Ansa

Un campione italiano, europeo e mondiale Ibf e Wbu completamente ignorato da una federazione in crisi di risultati e appassionati, può spiegare molto della crisi che sta vivendo il pugilato italiano. E viste le sue esperienze anche negli Stati Uniti, con Don King, il più grande organizzatore di incontri di tutti i tempi e al Madison Square Garden, la più importante arena pugilistica del mondo, ha anche maturato una ricetta, semplice semplice, per il rilanciare la nobile arte. Parliamo di Michele Piccirillo detto il Gentlemen, uno degli ultimi campioni italiani che, dal giorno dopo aver lasciato il ring, è stato completamente ignorato dalla federazione e “costretto” a tornare nella sua Modugno, in provincia di Bari per occuparsi del bar di famiglia.
Classe 1970, Piccirillo ha iniziato a boxare, racconta, fin dall’età di quattro anni e mezzo, nel 1992 ha raggiunto i quarti di finale alle Olimpiadi di Barcellona. Passato nei professionisti ha disputato 55 incontri con 50 vittorie, 29 delle quali per ko e 5 sconfitte (2 per ko) conquistando il titolo italiano, quello europeo e soprattutto due Mondiali, quello Wbu e quello Ibf e competendo per due volte (contro Ricardo Mayorga e Vernon Forrest) per quello Wbc. Ritiratosi alla soglia dei 40 anni, nel 2009, di colpo si è ritrovato solo. Nessuna chiamata, nessun riconoscimento anzi. “Forse sono stato troppo gentleman” racconta al Foglio Sportivo, “fatto sta mai nessuno dalla Federazione in questi 17 anni dopo che ho lasciato il ring, mi ha mai contattato, mi ha mai chiesto di fare qualcosa, eppure sarei stato felice di fare il commissario tecnico o anche solo il testimonial, qualsiasi cosa per mettere la mia esperienza al servizio di uno sport che ho amato e amo”.
Eppure lo stesso Piccirillo ha lanciato più volte appelli alla Federazione, ma nulla. Non che le amministrazioni locali dal comune di Modugno a quello di Bari e alla Regione Puglia abbiano fatto qualcosa per valorizzare questo campione. Quasi che del pugilato bisogna vergognarsi perché sarebbe uno sport violento. Un episodio nei rapporti con la Federazione è emblematico. Nel 2015 Piccirillo aveva deciso di allenare e aveva bisogno di prendere il tesserino: “Ho dovuto fare due corsi per diventare insegnante nonostante oltre 30 anni di pugilato. Poi, siccome l’anno dopo avevo chiuso la palestra, la tessera me l’hanno tolta”. Ora ha deciso di riprenderla per un nuovo progetto che ha in mente ma anche oggi, “per riaverla quest’anno mi hanno fatto fare gli esami e ora sono di nuovo insegnante”. Al di là della vicenda personale che dimostrerebbe la poca attenzione dei vertici della disciplina nel valorizzare chi ha reso importante il pugilato italiano nel mondo, dall’esperienza soprattutto statunitense e dalla collaborazione con Don King, si può trarre qualche ricetta per rilanciare il pugilato italiano e far sbocciare nuovi campioni? “Non occorre guardare agli Stati Uniti dove le dimensioni del fenomeno sono irraggiungibili ma basta guardare ad altri paesi europei che sono rimasti competitivi, dove il pugilato non viene nascosto e continua ad attirare atleti e spettatori che riempiono i palazzetti come avviene in Inghilterra, Francia, Germania e Danimarca. Come in questi Paesi, non servono alchimie particolari ma bastano due elementi, pugili e televisioni. Per avere pugili bisogna promuovere questo sport, sin dalle elementari. Valorizzare la nostra storia che vanta grandi campioni, portare i pugili in giro, spiegare le regole e promuovere la pratica fin dalle elementari, prima come gioco ma comunque senza demonizzare questo sport. Mentre sembra che da noi è passata l’idea di uno sport violento di cui vergognarsi e nessuno si è opposto a questo racconto mentre si preferisce lasciare i ragazzi per strada. Poi servono le televisioni che tornino a trasmettere i match, sono fondamentali per il rilancio. Queste portano soldi a tutto il sistema, se un incontro va in tv arrivano gli sponsor, aumentano le borse per i pugili, una parte di pubblico tornerà a vedere gli incontri dal vivo pagando i biglietti e soprattutto si fa promozione dello sport che così può tornare ad attirare”.
Gli altri problemi che hanno segnalato, dall’assenza di preparatori bravi alla scomparsa della figura del manager, alla troppa burocrazia come si superano? “Guardi, se ci sono pugili e televisioni, e questo valeva anche per Don King, tutto il resto si aggiusta da solo. Perché se gira il denaro e solo le tv possono farlo girare, tornano gli spettatori, tornano i manager e anche i preparatori. La ricetta è semplice, promozione dal basso e televisione, non serve altro. Serve però chi riesce a mettere in pratica queste due cose”.