La finale di Champions tra Psg e Arsenal è anche una sfida ideologica

La partita che assegnerà il trofeo più importante d'Europa è soprattutto una sfida tra le idee calcistiche di Luis Enrique e Mikel Arteta. Tutto cominciò da una telefonata

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Mikel Arteta e Luis Enrique (foto Ap, via LaPresse)

Il telefono del 18enne Mikel Arteta prese a squillare nel bel mezzo di un pomeriggio di fine gennaio del 2001. “Prepara i bagagli, hai un volo per Parigi”, sentì dall’altra parte. E così, senza nemmeno un minuto da giocatore professionista in carriera, si imbarcò direzione Francia: lo aveva chiesto Luis Fernandez, allenatore del Paris Saint-Germain ed ex colonna del centrocampo della Nazionale francese a metà degli anni Ottanta. Il filo che lega l’attuale tecnico dell’Arsenal e l’ultimo rivale per il sogno europeo dei Gunners prese vita così, 25 anni fa: 18 mesi in prestito per diventare prima uomo e poi calciatore. Due settimane più tardi si ritrovò catapultato nel tunnel di San Siro per il suo primo match da titolare con la maglia del Psg: alzando lo sguardo vide Maldini, Pirlo, Shevchenko. “Mi avevano gettato in mezzo ai leoni”.
Nel tunnel della Puskas Arena, stavolta, non avrà il minimo timore reverenziale. Quando il Barcellona lo aveva spedito in prestito a Parigi, tra i titolari dei blaugrana c’era un ragazzo dalla mascella di granito, un universale, uno di quei giocatori che fanno la fortuna di qualsiasi allenatore: se c’era un buco in formazione, Luis Enrique era in grado di colmarlo, qualunque fosse il ruolo. “Mikel era un ragazzo eccezionale, un grande lavoratore, con personalità e qualità tecniche: ogni volta che lo incontro, porta sempre qualcosa di positivo nella mia vita, per l’amicizia che ci unisce e per le esperienze che abbiamo vissuto insieme durante quella stagione. Non serve molto tempo per creare una connessione vera, quando c’è sintonia tutto viene naturale”, ha detto giorni fa, in un’intervista alla Uefa, l’allenatore campione d’Europa, che si ripresenta all’ultimo atto della Champions League con l’etichetta del favorito.
Luis Enrique ha dato al Paris Saint-Germain quello che per anni ha inseguito invano, lo status di colosso internazionale a prescindere dai soldi spesi. Lì dove avevano fallito formazioni infarcite di stelle, come quelle dell’epoca del terzetto Messi-Neymar-Mbappé, ha trovato la gloria un uomo che ha sempre messo il collettivo davanti a tutto. Ha trasformato Dembelé da incompiuto a Pallone d’Oro, costruito una formazione meravigliosa all’insegna del sacrificio e del gioco d’attacco. Ed è quest’ultimo concetto a rendere la finale di Budapest una sorta di scontro ideologico: da una parte il Psg, disposto a fare di tutto pur di segnare un gol in più rispetto all’avversario, e dall’altra l’Arsenal, la miseria di 27 gol subiti nel circo Barnum della Premier League, due sole reti prese nelle sei sfide a eliminazione diretta in Champions League, una delle quali su rigore.
Entrambi hanno iniziato il loro percorso partendo dalla stella polare di Pep Guardiola: quando l’uomo di Santpedor allenava il Barcellona dei miracoli, Luis Enrique era alla guida della formazione B; Arteta, invece, ne è stato parte integrante dello staff per anni al Manchester City. L’importanza di tenere il controllo del pallone è alla base dei loro principi calcistici, ma a forza di prendere schiaffi alla guida dell’Arsenal nei suoi primi anni ai “Gunners”, Arteta si è via via avvicinato al pragmatismo. “Sono la migliore squadra difensiva d’Europa da diversi anni, una combinazione devastante: non dipendono da un singolo giocatore e segnano tantissimo sui calci piazzati. Concedono pochissimo e fanno molti gol”, è l’analisi di Luis Enrique, che lo scorso anno si arrampicò verso la finale di Monaco eliminando proprio l’Arsenal in semifinale. Arteta, dal canto suo, non crede che i precedenti possano influenzare la finale: “Sarà una sfida collettiva tra due squadre eccezionali. Sappiamo che dovremo esprimere la versione migliore di noi per riuscire a vincere”.
Tale è l’importanza del collettivo, che per tutte e due le squadre si fatica a rintracciare un uomo copertina: mai come questa volta, sarà la finale degli allenatori. L’Arsenal di Arteta, il Psg di Luis Enrique. Quando quest’ultimo faceva incetta di trofei alla guida del Barcellona di Messi-Suarez-Neymar, l’opinione generale indicava nell’asturiano un allenatore quasi superfluo: troppo forte quella squadra per poter essere influenzata dall’impatto del tecnico. Adesso l’opinione si è ribaltata, perché il Psg ha iniziato a dominare in Europa nel momento in cui ha perso Mbappé, andato a devastare l’ambiente madridista mentre all’ombra della Torre Eiffel regna il sorriso. “Quando pensi alla sua carriera, non vedi solo l’allenatore e ciò che può offrire dal punto di vista tattico: c’è soprattutto la persona, il carisma, il modo in cui affronta ogni situazione. In questo, credo che sia unico: il modo in cui trasmette i suoi valori, la convinzione che ha nelle proprie idee, la capacità di restare federe a ciò in cui crede, indipendentemente dalle opinioni esterne, rappresentano la sua vera forza”, ha detto Arteta sempre alla Uefa, ricordando anche i consigli ricevuti quando era poco più di un adolescente e Luis Enrique prendeva i giovani sotto la propria ala.
E se nel contesto del Psg le stelle, alcune delle quali costruite dal lavoro dell’asturiano, non mancano, dall’altra parte si fa davvero fatica a indicare qualcuno in grado di spiccare sugli altri. Al momento del passaggio in finale, qualcuno ha messo a confronto le fotografie dei due uomini simbolo dell’Arsenal in occasione dell’ultima cavalcata europea dei Gunners e di quella attuale: da una parte la luce scintillante del talento di Thierry Henry, dall’altra il calcio essenziale di Declan Rice, il perno del centrocampo dei campioni d’Inghilterra. Chi lo ha fatto, forse in maniera inconsapevole, non si è reso conto di una cosa: il numero 14 di Henry ha le stesse cifre di quello di Rice, ma al contrario (41). Per tornare in finale dopo vent’anni, i Gunners di Arteta hanno dovuto ribaltare tutto. Persino il numero del proprio leader.